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La storia

«Ogni vita ha il suo orologio»: Paolo torna sui libri a 30 anni, da Teramo a Madrid trova la sua felicità

La perdita del padre, gli anni in fabbrica: «Non è mai tardi per cambiare rotta»

Paolo Perissinotto il giorno della laurea
Paolo Perissinotto il giorno della laurea
di Nikasia Sistilli
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TERAMO. C’è un momento nella vita in cui ci si convince che alcune occasioni siano ormai perdute. Che per realizzare un sogno esista un’età giusta, una strada prestabilita, una tabella di marcia da rispettare. E che, quando gli altri sembrano aver già raggiunto i propri traguardi, ricominciare significhi essere rimasti indietro.

Ma chi stabilisce davvero quando sia troppo tardi? La storia di Paolo Perissinotto, romano di nascita e teramano d’adozione, è una risposta a questa domanda. Una storia di sacrifici, dolore, lavoro e coraggio, che racconta come la realizzazione personale non abbia una scadenza e come, talvolta, sia proprio una deviazione dal percorso immaginato a condurci verso ciò che desideriamo davvero.

Paolo è cresciuto a Teramo, città alla quale è profondamente legato e dove ha vissuto le prime esperienze, gli affetti e anche uno dei dolori più grandi: la perdita prematura del padre, quando aveva appena dieci anni. Dopo aver frequentato l’Università di Teramo e trascorso otto mesi all’Universidade Federal Fluminense, a Rio de Janeiro, ha interrotto gli studi per entrare nel mondo del lavoro.

Ha indossato la tuta da metalmeccanico, conosciuto la fatica della fabbrica e lavorato nell’impresa di pulizie di famiglia insieme al fratello. Esperienze che avrebbero potuto segnare definitivamente la direzione della sua vita. Invece, a trent’anni, Paolo ha deciso di rimettersi in gioco, iscrivendosi alla laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Bologna.

«Rimettersi in gioco a trent’anni ha significato anzitutto far pace con la paura del ritardo. Nella nostra società esiste una pressione silenziosa ma costante che ci vuole “in perfetto orario”: a venticinque anni devi aver finito, a ventotto devi essere sistemato».

Una pressione che Paolo conosce bene, perché prima ancora di affrontare gli esami universitari ha dovuto fare i conti con le aspettative degli altri e, soprattutto, con le proprie insicurezze. «Quando a trent’anni chiudi una tuta da lavoro o finisci il turno nell’impresa di pulizie di famiglia e decidi di riaprire i manuali universitari, il primo ostacolo non sono gli esami, ma lo sguardo - talvolta pregiudizievole - degli altri e, soprattutto, il dubbio feroce dentro di te: “E se stessi inseguendo un’illusione? E se fosse troppo tardi?”».

Tornare in un’aula universitaria accanto a studenti molto più giovani ha significato mettere da parte l’orgoglio, accettare le proprie fragilità e imparare a guardare allo studio con occhi diversi. «Lo studio, quando lo scegli con la consapevolezza dell’età adulta e dopo aver conosciuto la fatica del lavoro materiale, non è un dovere ma un privilegio, inteso come atto di profonda libertà».

Ma nessuna rinascita si costruisce completamente da soli. E nella storia di Paolo c’è una presenza costante, quella della famiglia, che ha saputo trasformare il dolore di una perdita in una forza capace di accompagnarlo anche a centinaia di chilometri da casa. «Il mio riscatto ha fondamenta ben precise: la presenza instancabile e la fiducia incrollabile della mia famiglia, il vero motore di tutto. Quando perdi un padre a dieci anni, una famiglia può cedere sotto il peso dell’assenza oppure stringersi fino a diventare una roccia indistruttibile: noi siamo stati la seconda cosa. Mia madre, mio fratello e mia sorella sono stati il mio paracadute invisibile, mossi da un amore incondizionato e un supporto totale, morale e pratico. Ogni traguardo, ogni notte sui libri e ogni risultato ottenuto a centinaia di chilometri da casa appartiene a loro tanto quanto a me».

Quella scelta compiuta a trent’anni lo ha portato a conseguire la laurea magistrale con 110 e lode e a essere inserito tra i meritevoli del Premio America Giovani al Talento Universitario, ricevendo un invito alla Camera dei Deputati. Durante un periodo di ricerca per la tesi all’Universidad Complutense di Madrid, sostenuto da una borsa di studio, ha sviluppato un’analisi critica sull’etica militare israeliana e sul concetto di “purezza delle armi”, formulando una proposta teorica originale. Il lavoro ha suscitato l’interesse della docente che lo ha ospitato, tanto da proporre di seguirlo per un futuro dottorato di ricerca e invitarlo a tenere tre lezioni di Relazioni Internazionali, due per i corsi di laurea triennale e una per il master.

Oggi Paolo vive a Madrid, dove svolge attività di ricercatore indipendente, in vista dell’avvio del PhD. È inoltre impegnato come reviewer per la valutazione di contributi scientifici della rivista Critical Studies on Terrorism e sta curando l’organizzazione del seminario internazionale “Lo Stato di fronte al terrore”, che prevede la collaborazione di importanti atenei italiani e spagnoli, tra cui Universidad Complutense, Universidad Rey Juan Carlos, Università di Pisa e Sapienza Università di Roma.

Traguardi che assumono un significato ancora più profondo quando si conosce il percorso che li ha preceduti. Per Paolo, il riconoscimento accademico non è semplicemente una soddisfazione professionale, ma la conferma che nessuno degli anni trascorsi lontano dall’università è stato inutile.

«Per chi è cresciuto sapendo che nella vita ogni cosa va conquistata con il doppio della fatica, il riconoscimento ha un sapore disarmante. Quando sono arrivati il 110 e lode e, a seguire, i riscontri concreti sulle mie prime attività accademiche (dalla ricerca sul campo ai convegni, dall’affidamento di incarichi come reviewer fino alle lezioni e alla fiducia accordatami per la proposta di dottorato), la prima emozione è stata un senso profondo di sollievo e gratitudine».

E non è soltanto la soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo. È la consapevolezza di aver dato un significato anche ai periodi più difficili, quelli nei quali il futuro sembrava seguire una direzione completamente diversa.

«Ho capito che gli anni di sacrifici, di rinunce e di fatiche condivise con la mia famiglia non erano stati un vicolo cieco, ma la forgia che mi aveva dato la tenacia necessaria per reggere il passo del confronto scientifico internazionale. Vedere che il proprio contributo trova ascolto e stima tra colleghi e docenti mi ha fatto capire che le origini e i percorsi accidentati non tolgono dignità al pensiero, anzi gli donano radici più salde».

E oggi, dopo tanti cambiamenti, Paolo ha trovato qualcosa che va persino oltre i risultati universitari e le prospettive professionali: la felicità di riconoscersi finalmente nella vita che sta costruendo. «Se dieci anni fa mi avessero detto che oggi sarei stato a Madrid a preparare lezioni sulla violenza politica e i conflitti internazionali, a confrontarmi con colleghi di varie nazionalità e a progettare un dottorato di ricerca, avrei sorriso con amarezza pensando ad una favola lontana».

Una felicità che non nasce dall’idea di essere arrivato, ma dal piacere di percorrere finalmente la propria strada. «È la consapevolezza di svegliarsi sapendo che il proprio tempo è dedicato a ciò per cui si ha una vocazione autentica, restituendo a chi ha sempre creduto in me il senso di ogni sacrificio fatto!».

Ed è proprio qui che la storia di Paolo smette di essere soltanto il racconto di un percorso individuale e diventa un messaggio. A chi si sente in ritardo rispetto agli amici, a chi ha lasciato gli studi per necessità, a chi lavora in un settore che non sente proprio, a chi ha dovuto rinunciare a un sogno o semplicemente non ha ancora capito quale direzione dare alla propria vita.

Perché non tutti hanno la possibilità di raggiungere gli stessi obiettivi negli stessi tempi. E non sempre ciò che viene considerato un ritardo è davvero una sconfitta. A volte gli anni trascorsi a lavorare, le difficoltà affrontate e persino le strade apparentemente sbagliate diventano parte essenziale di ciò che siamo destinati a costruire.

Paolo non racconta la sua esperienza per celebrare un successo, ma per ricordare che il valore di una persona non si misura dall’età alla quale si laurea, dal momento in cui trova la propria strada o dalla velocità con cui raggiunge un traguardo. La vita non è una corsa contro il tempo, né una competizione con chi sembra essere arrivato prima.

E forse il senso più profondo della sua storia è proprio questo: non bisogna avere paura di ricominciare, né considerare perduti gli anni trascorsi a cercare il proprio posto nel mondo. Perché ogni esperienza può insegnarci qualcosa, anche quando sembra allontanarci dalla meta. E perché, come vuole ricordare Paolo con la sua testimonianza, «Non è mai tardi per cambiare rotta e pretendere da sé stessi una seconda possibilità».