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L'operazione

L’Aquila, la mafia mette le mani sulla Valle Peligna: cocaina, estorsioni e attentati incendiari - Venti misure cautelari: cosa è stato scoperto

Le operazioni sono scattate all’alba tra Sulmona, la Valle Peligna e altre province italiane. Contestati anche reati legati ad armi, esplosivi e riciclaggio, con l’aggravante del metodo mafioso

La conferenza stampa per spiegare l'operazione
La conferenza stampa per spiegare l'operazione
di Pino Veri, Stefano Castellani
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L'AQUILA. Un condannato per reato di associazione di stampo mafioso, scontata la pena, avrebbe dato vita ad un nuovo gruppo criminale. Droga, estorsioni, incendi e armi: così il sodalizio avrebbe conquistato un territorio tradizionalmente considerato estraneo alle dinamiche mafiose. Nella mattina di martedì 3 novembre, la Polizia di Stato ha eseguito 20 misure cautelari nelle province di L’Aquila, Teramo, Bologna, Foggia e Napoli. Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, detenzione di armi ed esplosivi, riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta, avviata nel 2024 e condotta dalla Sezione investigativa del Servizio Centrale Operativo (Sisco) di L’Aquila, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia alla Procura della Repubblica del capoluogo abruzzese.

L'indagine

L’indagine ha fatto emergere un nuovo fenomeno criminoso connesso all’infiltrazione della criminalità organizzata nel comprensorio aquilano. Secondo l’ipotesi accusatoria, un condannato per reato di associazione di stampo mafioso appartenente alla criminalità organizzata siciliana, scontata la pena, si sarebbe stabilito a Sulmona, in provincia dell'Aquila, e si sarebbe alleato con un gruppo locale che da anni gestiva lo spaccio in Valle Peligna, dando vita a un sodalizio autonomo che riprodurrebbe i metodi mafiosi nel territorio. Il sodalizio avrebbe conquistato il monopolio della cocaina a Sulmona e nei comuni peligni, con un volume d’affari stimato in almeno 180-200 mila euro al mese. Decisivi sarebbero stati gli accordi con un narcotrafficante albanese e con un esponente del clan camorristico egemone nello spaccio a Secondigliano. Il gruppo, secondo gli investigatori, era organizzato come un’impresa, con ruoli definiti per custodia e distribuzione della droga, gestione delle piazze e ripartizione dei profitti. Il controllo del territorio sarebbe stato imposto con la violenza: aggressioni, minacce armate ed estorsioni ai danni di pusher e clienti morosi, ed attentati incendiari rivolti anche contro esponenti di spicco dei gruppi rivali nello spaccio di cocaina. Le indagini hanno inoltre documentato la disponibilità di armi ed esplosivi, reperiti anche attraverso la criminalità organizzata napoletana e destinati, secondo l’accusa, ad un attentato dinamitardo.

Le misure cautelari

Le misure cautelari e le perquisizioni, coordinate dallo Sco, sono state effettuate con la partecipazione delle SISCO di Ancona, Bari, Bologna, Campobasso, Lecce, Napoli, Perugia, Roma, Salerno, le Squadre mobili di Chieti, Frosinone, L’Aquila, Latina, Pescara, Rieti, Roma, Salerno, Teramo, i Reparti prevenzione crimine di Foggia, Pescara, Perugia, Roma ed Unità cinofile di Pescara. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le misure eseguite si basano su gravi indizi di colpevolezza, valutati allo stato degli atti, e sono soggette agli ordinari mezzi di impugnazione, incluso il riesame. La responsabilità degli indagati dovrà essere accertata nel corso del processo, nel contraddittorio tra le parti. Ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, gli stessi sono da ritenersi presunti innocenti fino a sentenza definitiva di condanna.