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L'analisi

Il ruolo dell'Europa tra guerra e pace e il nuovo ordine del mondo

Sullo sfondo regna il clima di nuova Guerra Fredda Tecnologica in cui si confrontano le due super potenze Cina e Usa

La sede della Bce a Francoforte
La sede della Bce a Francoforte
di Nicola Mattoscio
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Prima le trattative per il cessate il fuoco in Palestina, poi quelle più complesse per un auspicato piano di pace in Ucraina.

Queste trattative dimostrano che il mondo multipolare, nato con la fine della Guerra Fredda, è decisamente messo in discussione nell'era della seconda presidenza americana di Trump. L'oggettiva crisi strutturale di una globalizzazione affidata alla spontaneità del mercato, accentuata dalle conseguenze della pandemia da Covid-19, e la ricomparsa nello scenario internazionale della logica di potenza allo stato puro, portato avanti in particolare dal leader russo Putin con il ricorso alla brutalità della guerra, cambiano radicalmente l’ordine mondiale.

Sullo sfondo regna il clima di nuova Guerra Fredda Tecnologica in cui si confrontano le due super potenze Cina e Usa. In tale contesto, una domanda appare inevitabile: dov’è finita l'Europa? Con la sua assenza dai principali tavoli di confronto e di decisione, domina l'impressione che sia preda di un irreversibile rischio di declino. Già con la crisi finanziaria che provoca la prima Grande Recessione del nuovo secolo, il Vecchio Continente appare vittima degli eventi originatisi altrove, come le perversioni dei prestiti ad alto rischio rappresentati dai subprime americani. Pesano anche le sue illusorie reazioni affidate quasi in via esclusiva all'inasprimento delle regolamentazioni dei mercati, in aggiunta ai rigidi vincoli di bilancio nel caso astrattamente fuori luogo.

Gli inevitabili risultati, del tutto insoddisfacenti, hanno compresso lo sviluppo economico e privato gli europei della possibilità di continuare ad avvalersi delle abituali e brillanti performance dei suoi livelli di benessere. I meccanismi istituzionali dell'Unione Europea sono rimasti ancorati a quelli resettati a margine del rigetto a inizio millennio del progetto di Costituzione, con la conservazione persino del principio dell'uno vale uno che, nell'ambito dell'Unione allargata a 27 (dopo l'exit dell’Uk), ha indebolito non poco lo spirito unitario condiviso all’inizio dai Paesi Fondatori nel sostenere un robusto sviluppo attraverso la manifattura e in parallelo accrescere la prosperità dei cittadini.

Ma insieme agli allarmi sul manifesto immobilismo dell’Unione, si registrano segnali di innovazione che sarebbe errato non cogliere. Alcuni esempi. Il primo è dato dalla rafforzata stabilità dell’euro nel mercato valutario. Sul finire del 2025, il suo cambio con il dollaro è pressoché identico a quello al momento del suo esordio: la quotazione è € 1 per $ 1,168 il 4 gennaio 1999 e di € 1 per $ 1,161 il 2 dicembre 2025, dopo aver raggiunto un minimo durante l’assestamento “tecnico” dei primi mesi di vita della nuova moneta (con € 1 contro $ 0,825 il 26 ottobre 2000), e un massimo a margine della crisi finanziaria del 2008 (il 15 luglio è di € 1 per $ 1,603). In oltre un quarto di secolo, l’euro ha dimostrato di essere stabile e affidabile nel lungo periodo, con sempre più importanza nel mercato valutario globale, fino a diventare un crescente e credibile bene rifugio, consigliato dagli esperti come investimento finanziario ormai persino ai risparmiatori retail. È davvero rilevante sottolineare che secondo le analisi della Bce l’euro costituisce circa il 20% delle riserve valutarie mondiali, anche se tale quota resta lontana da quella del dollaro pari al 58%.

Nello stesso tempo è cresciuta l’importanza della nuova valuta anche come intermediario negli scambi internazionali. I dati riferibili solo al primo semestre 2025, secondo Depositary Trust & Clearing Corporation, dimostrano che circa il 20-30% dei contratti di trading legati al dollaro è stato convertito in euro. Nonostante il biglietto verde continui a dominare a livello globale con volumi giornalieri di compravendite di circa 7.500 miliardi di dollari. Le favorevoli evidenze statistiche hanno portato Christine Lagarde ad affermare che «è l’ora dell’euro globale». Le incerte transizioni in essere nei profili geopolitici e geoeconomici sembrano dare ragione al presidente protempore della Bce.

Una seconda novità nel campo europeo si registra nella politica di difesa. Sul tema, l’Ue è colpevolmente in grave ritardo, sia rispetto ai motivi che avevano spinto nell’immediato post Secondo Conflitto Mondiale a dar vita al fallito progetto di Comunità Europea di Difesa, sia con riferimento ai cambiamenti di scenari indotti dall’aggressione russa all’Ucraina e dal privilegiare gli Usa di Trump le sue attenzioni verso il Pacifico e l’estremo Oriente piuttosto che a supporto dell’atlantismo. Tuttavia, non si possono ignorare le conseguenze di almeno tre scelte strategiche. Da una parte c’è il gigantesco piano di riarmo della Germania, sostenuto con una previsione di spesa a carico del proprio bilancio di circa mille miliardi, con l’obiettivo di dar vita all’esercito convenzionale ed a una logistica di difesa più forti d’Europa. Dall’altra, si è costituito il “Gruppo dei Volenterosi” fuori dall’ambito delle istituzioni Ue.

L’iniziativa coinvolge insieme, come testa di punta, la stessa Germania, la Francia e il Regno Unito e ne fanno parte a vario titolo altri paesi europei, tra i quali Italia, Spagna, Polonia, Danimarca, Paesi Bassi, mentre ne restano estranee l'Ungheria e la Slovacchia. Infine, tutti i membri Nato del Vecchio Continente stanno raggiungendo rapidamente la soglia minima del 2% del Pil nelle spese per la difesa. L'obiettivo è creare con una “Coalizione della Rassicurazione” una capacità di deterrenza, che ricomprenda anche l'eventuale invio di truppe a presidio del mantenimento dell'auspicata pace in Ucraina.

In breve, la lenta ma continua ascesa dell'euro a bene rifugio alternativo al dollaro o a suo complemento sistemico, che si rafforza in coincidenza delle incertezze sui mercati valutari provocate in parte rilevante anche dalla politica trumpiana dei dazi e, al contempo, il potenziamento delle capacità indipendenti di difesa dello spazio europeo pur nell’ambito della Nato, con gli sforzi notevoli fatti dai suoi singoli Paesi, complessivamente contribuiscono a mantenere aperte anche nei cambiamenti in corso le prospettive multilaterali negli equilibri mondiali. L’Ue ha ancora la straordinaria opportunità di giocare la sua partita per la pace e progressista in materia dei diritti umani consolidandosi come porto affidabile e stabile per i capitali globali e costruendo una forza dissuasiva militare, e più in generale di difesa, all'altezza delle sfide che ha di fronte. In entrambi i casi, solo mitigando il primato storico degli Usa con una sua più accentuata autonomia l’Ue contribuirebbe ad aumentare la stabilità complessiva dell'ordine globale.

* professore di Economia e presidente di Fondazione Pescarabruzzo.