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di Giancarlo Falconi

ROSETO DEGLI ABRUZZI. Cresciuto in un piccolo centro d’Abruzzo, oggi presenta il suo lavoro ai grandi congressi di cardiochirurgia oltreoceano. Bruno Chiappini, medico rosetano, è chirurgo della Cardiochirurgia del Policlinico SS. Annunziata di Chieti, dove lavora dal 2009 e dove dal 2021 è anche professore a contratto di Cardiochirurgia dell’adulto all’Università «D’Annunzio».
Nato a Giulianova e cresciuto a Roseto degli Abruzzi, si è diplomato con il massimo dei voti al Liceo classico «Saffo», si è laureato in Medicina all’Università dell’Aquila e si è specializzato in Cardiochirurgia a Bologna. Ha lavorato in Olanda e in Belgio, dove nel 2005 ha conseguito il dottorato a Utrecht, e nel 2024 ha ottenuto un master di secondo livello in Management sanitario. Si occupa di valvole cardiache (aortica, mitrale e tricuspide), di malattia coronarica, di chirurgia dell’aorta e di tecniche mininvasive, con oltre 3.500 interventi di rivascolarizzazione miocardica e migliaia di operazioni di alta complessità.
L’ultima tappa è stata a Chicago, dal 15 al 18 aprile, al congresso annuale della Heart Valve Society, dove ha portato uno studio nato a Chieti sulle valvole aortiche «sutureless» a confronto con le protesi biologiche tradizionali. Lo abbiamo intervistato.
Dottor Chiappini, che cosa significa per un medico di un piccolo centro d’Abruzzo presentare il proprio lavoro a Chicago, New York, Vancouver e Philadelphia?
«È motivo di profondo orgoglio, ma anche la dimostrazione che la buona medicina e la ricerca di alto livello non hanno confini geografici. Portare il nome dell’Abruzzo nei più importanti consessi internazionali significa dimostrare che anche nei nostri centri si fa innovazione e si offre ai pazienti lo stesso livello di cure che si troverebbe nei più grandi ospedali americani o europei. Per me, nato e cresciuto in questa terra, è la dimostrazione che con la passione, la disciplina e la dedizione si possono raggiungere platee mondiali partendo da qualunque luogo».
Nello studio presentato a Chicago confrontate valvole «sutureless» e protesi biologiche tradizionali: quali sono i risultati emersi a Chieti?
«Abbiamo analizzato i risultati a medio e lungo termine dei pazienti operati a Chieti con valvole aortiche sutureless, ossia senza punti di sutura classici, rispetto a quelli trattati con protesi biologiche tradizionali. I dati dimostrano che le valvole sutureless consentono di ridurre in modo significativo i tempi dell’intervento e della circolazione extracorporea, un fattore cruciale per ridurre lo stress chirurgico sull’organismo. Inoltre abbiamo riscontrato un’ottima emodinamica della valvola e tassi di complicanze estremamente bassi, a conferma che questa tecnologia offre eccellenti garanzie di sicurezza e durabilità».
Operate le valvole con un’incisione di 4-5 centimetri, senza aprire lo sterno: che cosa cambia in concreto per il paziente?
«Cambia radicalmente l’esperienza del paziente. Mantenere l’integrità dello sterno riduce drasticamente il dolore post-operatorio e il rischio di infezioni. Invece di dover attendere mesi prima di potersi muovere liberamente, con la mininvasiva il paziente si alza dal letto dopo pochissimi giorni e la degenza ospedaliera si riduce notevolmente. In concreto, questo significa poter tornare alle proprie abitudini, alla famiglia e al lavoro in tempi quasi dimezzati rispetto alla chirurgia tradizionale, mantenendo anche un impatto estetico minimo».
La chirurgia mininvasiva è adatta a tutti o in alcuni casi serve ancora la sternotomia classica?
«La mininvasiva è oggi la prima opzione per un’ampia percentuale di pazienti, ma la sicurezza primaria del paziente viene prima di tutto. Esistono casi complessi, ad esempio quando occorre intervenire contemporaneamente sulle coronarie e su più valvole, oppure in presenza di gravi deformità toraciche o calcificazioni estese, in cui la sternotomia classica rimane la scelta più sicura. La vera abilità della cardiochirurgia moderna sta nella personalizzazione: scegliere la tecnica giusta per l’anatomia specifica di quell’unico paziente».
Come ha accolto la comunità scientifica americana e canadese il vostro lavoro, e che cosa vi hanno chiesto i colleghi?
«L’accoglienza è stata estremamente positiva e stimolante. La comunità nordamericana è molto pragmatica: non le bastano le novità tecnologiche, vuole vedere i dati sulla sicurezza a lungo termine e sulla sostenibilità. I colleghi ci hanno chiesto approfondimenti specifici sulla selezione dei pazienti e sulle complicanze postoperatorie, in particolare sul tasso di impianto di pacemaker postoperatorio rispetto alle valvole tradizionali. Rispondere a queste domande con i dati della nostra casistica abruzzese ha confermato la solidità del nostro lavoro».
Che cosa spera cambi nei reparti di cardiochirurgia con la pubblicazione dello studio, e che consiglio darebbe a un giovane abruzzese che sogna questo mestiere?
«Spero che i nostri dati aiutino a superare certe resistenze culturali ancora presenti verso le valvole senza sutura, favorendo una maggiore adozione delle tecniche mininvasive nella pratica quotidiana, a tutto vantaggio della ripresa dei pazienti. A un giovane abruzzese che sogna questa professione direi di non porsi mai limiti. La cardiochirurgia richiede sacrifici enormi, studio costante e tanta umiltà, ma restituisce una soddisfazione impagabile: quella di ridare la vita alle persone. Gli consiglierei di viaggiare, imparare all’estero, ma con l’obiettivo di portare poi quell’eccellenza sul proprio territorio per farlo crescere».