Fa discutere
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di Luca Di Renzo

ROMA. «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, con aggravanti e attenuanti come tutti gli omicidi». La frase del generale Roberto Vannacci gela il mondo della politica e non solo e fa precipitare il concetto di giustizia, nel Diritto Penale, indietro di 45 anni: al 1981 quando venne finalmente depennato dal codice il "delitto d’onore”.
No, Signor Generale, il femminicidio non è un delitto come tuti gli altri ma un reato specifico, previsto e punito dall’articolo 577 bis del Codice penale e serve a punire chiunque cagioni la morte di una donna con varie motivazioni previste dal codice che codifica il reato. Questo fa sì che mentre l’omicidio è la soppressione della vita di un essere umano a prescindere da quello che sia il sesso, il femminicidio ha una sua matrice criminologica e sociologica ben precisa: il movente è radicato in una disparità di potere e in una cultura soprattutto patriarcale. In pratica l’appartenenza al genere femminile è l’elemento che scatena l’aggressione. Non per questo le pene previste sono più severe e partono da una detenzione da 24 a 30 anni fino all’ergastolo.
Con una uscita simile, il leader di Futuro Nazionale questa volta ha pestato qualcosa che puzza più di quanto avesse lui stesso potuto pensare. Non si può giocare sulle parole quando si parla di determinati crimini efferati e non si può minimizzare o ricondurre tutto a una standardizzazione delle vicende sociali o addirittura, come in questo caso, il Codice penale. Uno dei simboli del femminicidio, caro Signor Generale, lo abbiamo proprio qui in Abruzzo, terra dove lei ha già raccolto parecchie adesioni.
Quel simbolo ha un nome e un cognome: Ester Pasqualoni. Vede Signor Generale (continuo a chiamarla così perché faccio parte di quella generazione che ha fatto il militare e rispetto il grado) era un medico, una oncologa di 53 anni uccisa il 21 giugno 2017 nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero, da uno stalker, dove aveva appena terminato il turno di lavoro, curando chi lotta una battaglia dolorosa e dove lei stessa si prodigava per salvare la vita degli altri.
A casa aveva due figli di 14 e 16 anni. Da quell’omicidio (così era definito il reato allora), ci sono voluti ben otto anni (2 dicembre 2025) per vedere riconosciuto il reato di femminicidio con l’articolo 577-bis. Fino ad allora era omicidio volontario con varie aggravanti. Non può un politico che si accinge a proporsi per chiedere il voto agli italiani, magari per guidare il Paese, scivolare su una buccia di banana come questa. Non può spararla così grossa perché, magari, lo si nota di più. Di Ester Pasqualoni ce ne sono state tantissime e la cosa che meraviglia di più è che questa frase arrivi da un ufficiale generale dell’esercito, dove il bon ton e il rispetto è insegnato in Accademia e da un uomo che viene da una generazione dove la regola numero uno era quella che: “le donne non si toccano mai”.
Un ufficiale generale che dovrebbe ricordare quando, i luoghi posti sotto assedio, prevedevano l’evacuazione di donne e bambini prima dell’assalto finale. No Signor Generale, il femminicidio non è un omicidio come gli altri, ma un atto vile, spregevole, ignobile che evidenzia la personalità di chi lo commette e, perché no, anche di chi lo difende. Faccia un passo indietro, chieda scusa alla dottoressa Ester Pasqualoni, alla sua famiglia e a tutte le donne e, soprattutto, a tutte le vittime di questo orribile crimine. La prossima volta consulti il Codice penale e pensi a tutte le vittime, poi parli.