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Cultura

Fuori copertina, Dove nasconde gli occhi il cielo? di Margherita Di Marco

Le sue poesie sono lanterne sospese, quasi a espandere quel fascio di luce che attraversa lo sguardo d’amore

Margherita Di Marco
Margherita Di Marco
di Valeria Di Felice
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Quando una raccolta si apre con una domanda che, rifuggendo la retorica, invita a misurare la lunghezza d’onda di uno sguardo, sappiamo già che ci troviamo di fronte a una scrittura che si fa abbraccio del lettore. E in questo abbraccio che comprende – pur non vedendolo – quel confine sottile, impercettibile, eppure insondabile, tra ciò che c’è e ciò che è al di là dalla nostra presa intelligibile, ritroviamo la forza della parola. Una parola che agogna al dialogo, al ritrovamento, alla connessione.

È il caso dell’opera prima Dove nasconde gli occhi il cielo?, edita da Arsenio nel 2019, di Margherita Di Marco (Teramo 1978), attrice e fondatrice della Compagnia dei Merli Bianchi. Le poesie, scritte per la maggior parte nel 2014 in simbiosi con le fotografie di Pasquale Tarquini, suo marito prematuramente scomparso, sono lanterne sospese che abitano le pagine, quasi ad espandere quel fascio di luce che attraversa lo sguardo d’amore: per l’altro, per la bellezza, per lo stupore di esserci a testimoniare la vita e il suo grande ignoto.

Come fa notare il prefatore Luca Lezziero: “La sua poesia credo si muova in un tempo sospeso, un luogo non cronologico, ma liquidomaterico in cui tutto è accaduto, tutto sta accadendo, tutto deve accadere. Così per esitazioni e slanci, per improvvise illuminazioni ed amarezze l’autrice prova a osservare la propria vita, mentre questa vita si fa, e quel ‘mentre’ è un universo intero senza inizio e senza fine. Lo so bene / non ci si capisce niente / a volte / un momento siamo / con i piedi in una vita / il momento dopo in un’altra / ma noi / sempre noi siamo.”

Fortemente forgiata dalla postura teatrale e dalla tempra artistica maturata sulla scena, la parola di Margherita Di Marco incarna nel suo corpo e nel suo linguaggio – nel suo essere in relazione – la precisione del gesto e del dettato poetico: le sue sono istantanee che colgono l’essenza, la scintilla, quell’urgenza di oltrepassare la soglia della mancanza per ritrovare lo stupore della pienezza.

Attrice soprattutto di impegno civile, Margherita Di Marco è attenta nel trasformare la perdita o il dolore in qualcosa che pretende il riscatto al buio della morte, che osa con coraggio la rinascita, che non si arrende di fronte a nessun tentativo di nullificazione del tempo. Tra le macerie di ciò che resta dopo una lacerazione o tra i ricordi di una eternità che racconta del miracolo della grazia, continuano a vivere in altra forma immagini e parole cucite dai “passi fatti insieme”: “Tutto? / Sì tutto / Ma tutto non è per sempre / Vero ma è tutto.”

Il cielo, che nasconde i suoi occhi nell’immanenza della sua veglia, è ciò che accoglie il nostro slancio all’indicibile sottraendo all’esperienza la sua pelle più superficiale e personale. Ed è proprio nella prova della condivisione che la parola restituisce quel tratto universale che si fa ponte e porta a un altrove che abita in ciascuno di noi. L’uso della terza persona rappresenta quell’intervallo emotivo – oltre che linguistico – in cui la distanza dal narrare si fa garante della trasfigurazione del proprio vissuto, liberandolo dai toni confessionali e consegnandolo a una condizione comune.

Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo una parola che sa abitare la soglia con l’allusività del verso e la connessione dello sguardo; una parola che sa dissolvere il sentore della perdita o della morte con la verità dell’amore; una parola che sa restituire la trama sottile e imperscrutabile dell’esistenza con la leggerezza dell’intuizione. Dove nasconde gli occhi il cielo? è il luogo aereo del respiro, la frontiera in cui prossimità e distacco convivono nella stessa fortezza: “Lei chiese / E se la fortezza crolla? / Lui rispose / Preserva sempre queste cose / granelli / valigie / scarpe buone / libri / e la fortezza sarà con te / e sarà volante.

 

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.