Salute
Liste d’attesa, Abruzzo in miglioramento per visite ed esami: i dati Gimbe e le criticità ancora aperte
di Redazione cronaca

Ci sono vite che procedono per linee spezzate, “in bilico tra marcire e resistere”, “fra il soccombere e il puntare i piedi”. Esistenze nelle quali i giorni non sono una semplice sequenza temporale, ma dimensioni da attraversare con cautela, misurando i passi, cercando appigli e tentando di scongiurare l’imprevisto. È in questo spazio di vulnerabilità che si muove Marta, la protagonista del romanzo Asimmetrie dei giorni pari di Valentina Di Ludovico (Bertoni 2025).
Un libro che invita il lettore a scardinare l’ordinaria abitabilità del quotidiano per addentrarsi nel mondo interiore di Marta e dei personaggi con cui entra in relazione: un mondo inquieto, segnato dalla paura e dalla perdita, eppure connesso con la verità dei suoi traumi: “Il tempo ha lasciato punti di sutura sul mio corpo, la resistenza ha lasciato cicatrici.”
Marta è una giovane donna che vive con la nonna Zasa in una cittadina di provincia, dopo essere stata abbandonata dalla madre (definita spesso un “tronco cavo”) e dal padre (considerato invisibile) per motivi che hanno segnato profondamente la sua esistenza, lasciando in lei ferite mai del tutto rimarginate e un senso di instabilità radicata che condiziona ogni suo gesto. Il suo rapporto con il tempo è scandito dalla rigorosa distinzione tra giorni pari e dispari, un espediente ossessivo per cercare di contenere la paura, scongiurare la percezione di morte, addomesticare la costante minaccia dell’irrimediabile e della catastrofe: “Nei giorni dispari perdo le persone…”, mentre “In quelli pari… le salvo”.
L’asimmetria dei giorni pari richiama tutto ciò che incrina l’armonia delle cose e disattende l’illusione di una corrispondenza perfetta tra le cose; è la traccia impalpabile di una frattura tra ciò che dovrebbe essere e ciò che, invece, accade. Richiama una dissonanza, una linea rotta e irregolare che diventa la proiezione di un percorso di vita frammentato e sofferto: “Mi manca lo spessore, quel cuscinetto che una famiglia dovrebbe costruire per tamponare gli strappi.” Ed ecco che le perdite, quelle “voragini che ci sono fra la fresca fioritura e le erbacce”, diventano l’ossatura di un autosabotaggio che si nutre della paura di essere nuovamente feriti e abbandonati, rischiando di trasformare ogni frattura in una palude insanabile in cui impantanarsi: ogni pensiero di morte che si annuncia durante i giorni dispari diventa così un pretesto per respingere ogni desiderio, ogni legame che potrebbe offrire riparo. Marta, per sottrarsi all’imprevedibilità del colpo, cade nel vortice ossessivo dei suoi pensieri e paradossalmente – anticipando la sua angoscia – rimane ostaggio del passato.
Tuttavia, Marta è un personaggio che attraversa lo spazio narrativo – dalle “immagini scricchiolanti dell’infanzia” fino a quelle contemporanee – portando con sé non solo il suo dolore, ma anche i meccanismi per proteggersi e per esorcizzare la sua prigionia mentale, rendendo meno cupa la rappresentazione di un universo che altrimenti non avrebbe alcuna possibilità di movimento.
Marta incarna anche una vitalità che impedisce alla fragilità di trasformarsi in rinuncia, aprendosi all’incontro con l’altro e al riscatto di un ingranaggio emotivo complesso che trova nella figura della nonna, Zasa, il suo perno.
La nonna Zasa è una donna energica, schietta, capace di incidere sulla quotidianità di Marta con la concretezza dei gesti e con la saggezza dell’ironia. Una voce matura che restituisce movimento alla storia tra piccole incomprensioni domestiche e un grande slancio di attenzione verso la nipote. Poi c’è Enzo, soprannominato il Poeta, che aspira ad avere una relazione amorosa stabile con Marta, introducendo la possibilità di abitare uno spazio affettivo fatto di prossimità e convivenza con la forza della parola: la poesia diventa un luogo altro che potrebbe rendere le ferite di Marta meno sanguinanti.
Quindi cosa troviamo fuori copertina? La scrittura di Valentina Di Ludovico, forte anche della propria esperienza professionale nell’ambito della riabilitazione psichiatrica, restituisce profondità umana a comportamenti che lo sguardo esterno rischia di liquidare come illogici e incomprensibili, sottraendo la sofferenza psichica alla semplificazione del giudizio e allo stigma che ancora oggi accompagna la malattia mentale.
Lungi dal rimanere impigliato nella morsa dell’introspezione, il romanzo lascia emergere le tensioni di una giovane donna consapevole dell’indelebilità delle sue cicatrici, ma disposta a misurarsi con esse e con quel peso che grava sugli eventi. L’esperienza di Marta – portata al massimo della sua espansione – ricorda che la vita non promette simmetrie perfette: in misura diversa ognuno di noi sperimenta una asimmetria tra ciò che è stato per sempre sottratto e ciò che poteva essere. Nel rendere visibili queste linee spezzate, “guaste”, Valentina Di Ludovico accompagna il lettore in un percorso che – seppur aspro, frammentato, sofferto e discontinuo – ci chiama a una responsabilità, quella di riconoscere in ciascuna storia quel margine di vulnerabilità che – indipendentemente dalla diversità delle vicende personali – è anche la nostra in quanto essere umani.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice del progetto “Parole che rodono” per la Di Felice Edizioni.
È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.