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Il caso

Sant’Omero, bar affidato ad amministratori giudiziari: tre indagati per presunto sfruttamento dei lavoratori

Secondo l’inchiesta della Procura di Teramo, dipendenti anche minorenni avrebbero lavorato fino a 12 ore al giorno per 3-4 euro l’ora. Contestati oltre 76mila euro di contributi evasi e crediti salariali superiori a 140mila euro

Sant’Omero, bar affidato ad amministratori giudiziari: tre indagati per presunto sfruttamento dei lavoratori
di Giancarlo Falconi
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SANT’OMERO. Turni fino a dodici ore al giorno, sette giorni consecutivi senza riposi e stipendi compresi tra i 3 e i 4 euro l’ora e false dichiarazioni di assenza fatte firmare ai dipendenti. È il quadro emerso dall’inchiesta che ha portato al controllo giudiziario di un bar-caffetteria di Sant’Omero.

Nella mattinata di oggi, su delega della Procura della Repubblica di Teramo, i Carabinieri del Nucleo operativo del Gruppo Tutela Lavoro di Roma, con il supporto del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Teramo, hanno eseguito il provvedimento cautelare disposto dal giudice per le indagini preliminari.

Tre persone risultano indagate, a vario titolo: i due coniugi che avrebbero gestito di fatto e formalmente l’attività e la collaboratrice di uno studio di consulenza del lavoro. Le ipotesi di reato comprendono sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, truffa aggravata ai danni dello Stato, falsità ideologica e violazioni della normativa sulla sicurezza. Contestata anche la responsabilità amministrativa dell’azienda prevista dal decreto legislativo 231 del 2001.

L’indagine, avviata nel maggio 2025 dopo i primi controlli ispettivi, si è sviluppata attraverso osservazioni, pedinamenti e le testimonianze di oltre venti dipendenti. Tra i lavoratori coinvolti vi sarebbero anche alcuni minorenni e una giovane madre in condizioni di particolare vulnerabilità economica e sociale.

Secondo gli investigatori, a fronte di contratti part-time ritenuti fittizi, i dipendenti avrebbero lavorato anche oltre la mezzanotte, ricevendo paghe forfettarie comprese tra 30 e 50 euro al giorno, inferiori ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale.

Per ridurre i costi contributivi, i gestori avrebbero inoltre imposto ai lavoratori, sotto la minaccia del licenziamento, di firmare dichiarazioni di “assenza non retribuita” relative a giornate in realtà regolarmente lavorate. Il presunto debito contributivo nei confronti dell’Inps è stato quantificato in oltre 76mila euro.

Dalle testimonianze sarebbe emerso anche un clima vessatorio, fatto di umiliazioni pubbliche, controlli attraverso le telecamere di videosorveglianza e richieste di lavorare persino in presenza di stati di malattia acuta. Contestato anche l’impiego in nero di un fiduciario incaricato della chiusura serale del locale e del trasporto degli incassi.

Al termine degli accertamenti sono state applicate sanzioni amministrative per 6.680 euro. A tutela dei lavoratori sono state inoltre emesse diffide per il recupero di crediti salariali superiori a 140mila euro, calcolati riqualificando come ore effettivamente lavorate le presunte assenze mai retribuite.

Il giudice ha scelto di non sequestrare e chiudere il locale, misura che avrebbe privato i dipendenti del proprio reddito, disponendo invece il controllo giudiziario previsto dalla legge 199 del 2016. I gestori sono stati quindi estromessi dall’amministrazione dell’attività, affidata a professionisti nominati dal Tribunale.

Gli amministratori giudiziari dovranno garantire la continuità dell’esercizio commerciale, regolarizzare i contratti e ripristinare condizioni di lavoro conformi alla legge.

L’operazione rientra nella strategia della Procura di Teramo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo. È inoltre in fase di definizione un protocollo interistituzionale destinato a rendere più rapidi ed efficaci i controlli: l’obiettivo è proteggere i lavoratori senza distruggere le aziende, restituendo legalità e dignità a chi ogni giorno vive del proprio impiego.