L'intervento
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di Paolo Renzetti

PESCARA. Undici anni dopo la legge, l'Abruzzo resta l'unica regione italiana priva di un Dea di secondo livello, il dipartimento di emergenza-accettazione che concentra in un solo ospedale tutti i reparti salvavita. A segnalarlo è Antonio Ciofani, portavoce della Consulta Clinica di Pescara per il Dea di II livello, che punta il dito contro un documento tecnico finora rimasto lontano dal dibattito pubblico. Si tratta di uno studio realizzato dalla giunta regionale, che sulla base di sei parametri tecnici stila una graduatoria tra i quattro ospedali dei capoluoghi.
In testa c'è Pescara, seguita da L'Aquila e poi da Chieti, con punteggi assegnati a prestazioni e caratteristiche delle strutture. Un lavoro che, secondo Ciofani, sarebbe stato tenuto nel cassetto da entrambi gli schieramenti: «Nessuno ne parla adeguatamente, né il centrodestra né il centrosinistra». Il nodo, secondo il portavoce, è tutto politico.
«Non è facile da comprendere per i profani, ma parliamo di un dipartimento salvavita. Siamo gli unici in Italia a non averlo, e per puro campanilismo». A frenare sarebbero le logiche elettorali dei singoli territori: la scelta della sede viene vista «come un galloncino da mettersi, non come un servizio al cittadino abruzzese», cioè come una vittoria da spendere alle urne. Ciofani parla di un vero «inciucio» trasversale per evitare di decidere. A pagarne il prezzo, avverte, sono i pazienti. «Periodicamente muoiono persone perché vengono sballottate da un ospedale all'altro, dato che non esiste un unico ospedale con tutti i reparti salvavita».