Lavoro
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di Pino Veri

Per lo Stato il super bonus edilizio introdotto nel 2020 con il c.d. Decreto Rilancio si è rivelato un vero e proprio super-salasso.
Secondo il Giudizio sul Rendiconto Generale dello Stato presentato a giugno dalla Corte dei Conti, infatti, il complesso di bonus edilizi ceduti e utilizzati in Italia tra il 2020 e il 2024 ha raggiunto la spaventosa cifra di 229 miliardi di euro. Di questi, circa 165 miliardi derivano dal c. d. Superbonus 110%, e cioè dalla misura ideata per consentire ai privati di ristrutturare gli immobili di proprietà senza dover pagare, e neanche anticipare, alcunché in quanto l’agevolazione fiscale congegnata era talmente generosa da indurre le imprese edili ad effettuare i lavori rendendosi cessionarie dei relativi crediti fiscali a fronte del totale sostenimento dei connessi costi. Sempre secondo la Corte dei Conti, la contabilizzazione dei crediti d’imposta andati in compensazione ha prodotto fino ad oggi effetti sul bilancio pubblico per circa 95 miliardi di euro di minori entrate.
Ma a tale importo andranno sommati i crediti che matureranno nei prossimi anni, che si tradurranno in ulteriori minori entrate e che si sommeranno progressivamente incidendo ulteriormente sui saldi di finanza pubblica. Senza considerare che le previsioni iniziali del MEF circa tale dinamica si sono rivelate ampiamente errate per difetto. Sicché, questa montagna di miliardi di mancate entrate per l’Erario risulta oggi totalmente priva di coperture, e pertanto peserà come un macigno sui conti dello Stato negli anni a venire.
Per capire le dimensioni del problema giova ricordare che, prendendo in considerazione tutti i capitoli rilevanti, la spesa italiana per il settore difesa per il 2024 ammonta complessivamente a 32 miliardi di euro. Più o meno quello che il MEF stimava sarebbe costato allo Stato il Superbonus. Ma le cose, come detto, sono andate diversamente. E ciò anche perché molte imprese hanno solo finto di effettuare lavori su cui sono maturati crediti fiscali, quando invece in realtà i lavori non sono mai stati svolti o sono stati svolti in forma più modesta. Il che, per l’appunto, ha fatto lievitare l’ammontare complessivo dei crediti che le imprese ora stanno cercando di portare in detrazione. In questo quadro le verifiche fiscali si sono intensificate e oggi molti proprietari, e soprattutto molti condomìni, scoprono che per loro i bonus edilizi possono trasformarsi in un boomerang.
L’Agenzia delle Entrate, chiamata a recuperare i crediti fiscali indebitamente fruiti o ceduti, ha infatti avviato accertamenti mirati e il bersaglio, in molte situazioni, non sono più soltanto imprese e professionisti, ma anche i condòmini beneficiari delle detrazioni. In definitiva, cittadini che hanno approfittato dell’occasione e hanno seguito la procedura indicata, spesso fidandosi di asseverazioni e visti di conformità, rischiano oggi di vedersi recapitare richieste di pagamento dei crediti non spettanti, con l’aggravio – tutt’altro che marginale – di interessi e sanzioni. Il nodo sta tutto nel principio cardine del sistema: il credito non spettante non può essere legittimamente portato in detrazione o ceduto, a prescindere dalla buona fede del contribuente. Se un intervento non rispetta i requisiti tecnici, se le spese non sono congrue, se il salto energetico non è adeguatamente comprovato o se i lavori non sono completati entro il 31 dicembre 2025 o, al più tardi, entro il 30 giugno 2026, l’Agenzia può recuperare l’intero importo, e il condominio – in quanto beneficiario – diventa debitore. Non importa chi abbia sbagliato: il fisco va a ritroso fino a chi ha goduto del vantaggio fiscale. Ed è proprio qui che il sistema mostra la sua fragilità.
La normativa ha moltiplicato adempimenti, responsabilità, controlli incrociati. Ma nel frattempo ha lasciato sul campo centinaia di migliaia di cittadini che non possiedono né le competenze tecniche, né la forza contrattuale per verificare la correttezza delle asseverazioni. In molti casi, i condomìni hanno semplicemente delegato a professionisti e general contractor, confidando nella bontà del sistema. Ma oggi scoprono che la responsabilità fiscale non si delega perché resta in capo al contribuente. Certo, se avessero letto le norme per tempo, che sul punto in verità erano chiare, magari sarebbero stati più accorti. Ma si sa, per gli italiani la casa è sacra. Da qui la corsa sconsiderata a ristrutturare senza tener conto dei rischi. O magari confidando in un bel condono. Che però al momento non pare all’orizzonte.
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* Francesco Di Ciommo è professore ordinario e prorettore della Luiss Guido Carli