La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Alcide Pierantozzi - Decima puntata
di Valeria Di Felice

FUORI COPERTINA è uno spazio dedicato a scrittori e poeti abruzzesi, tra nuove uscite, riscoperte e percorsi. Con sguardo curioso, ogni settimana si propongono la nota di lettura di un libro e un video di accompagnamento, concentrandosi sul valore letterario che va oltre il titolo, oltre l’immagine, oltre ciò che si vede a prima vista. I libri vengono raccontati da dentro come se fossero creature di carta, scavando tra le pagine per capire cosa resta quando la copertina si chiude. Fuori copertina è l’invito ad andare oltre l’apparenza scoprendo ciò che fa la differenza in un libro. Può essere concepita anche come una bussola per chi vuole conoscere l’Abruzzo attraverso i suoi autori più significativi.
Pietro Civitareale è uno di quegli autori che sanno avvicinare in un unico battito due cuori, vale a dire quello abruzzese e quello toscano.e
Nato nel 1934 a Vittorito, in provincia dell’Aquila, fa parte di un cenacolo letterario insieme a Ottaviano Giannangeli, Vittorio Clemente, Rino Panza, Benedetto Bianchi, Italo Picini. Collabora alla rivista “Dimensioni” fondata e diretta dallo stesso Giannangeli e successivamente da Giammario Sgattoni e Giuseppe Rosato. Rivista sulla quale scrivono Mario Pomilio, Benito Sablone, Cosimo Savastano, Renato Minore. Nella terra madre si occupa di critica, si dedica alla scrittura, e soprattutto mette la sua intuitività al servizio della poesia dialettale e di tutto quel mondo che si esprime attraverso l’icasticità della lingua vernacolare. Negli anni Sessanta per motivi di lavoro si trasferisce ad Alessandria e successivamente a Firenze, che diventa la sua città d’adozione. Nella culla del Rinascimento frequenta Carlo Betocchi (al quale dedica una importante monografia), Mario Luzi, Luigi Baldacci, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi e molti altri.
Come fa notare Franco Manescalchi, egli “è l’esempio più misurato di questa saldatura”, condensando nella sua esperienza di poeta, narratore, traduttore e critico letterario questi due mondi culturali. “Poeta di modi meditanti, scanditi su una prosodia neutra, levigata” (cfr. Franco Scataglini), Civitareale porta con sé le radici abruzzesi, con i suoi colori, con i suoi paesaggi fisici e interiori, e le rielabora alla luce della tradizione neocrepuscolare, montaliana, betocchiana, con una trasparenza espressiva che si accorda ora a prese sentimentaliste, ora a “innesti di sensibilità novecentesca” (cfr. Giancarlo Pandini), ora a osservatori contemplativi, ora a una “vena inesauribile di realismo esistenziale” (cfr. Vittoriano Esposito).
Lo scorso 5 novembre, a Firenze (nella Casa di Dante dove ha sede la Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti) Pietro Civitareale ha presentato la sua opera omnia, Visioni, ascolti, pensieri (Di Felice Edizioni, 2025). Un volume di oltre 800 pagine che raccoglie tutte le poesie in lingua dal 1954 al 2024 e che testimonia un lungo percorso poetico che inizia con Preistoria e oltre del 1954 fino a Lontano, sempre più lontano (2024). Non solo. Esso contiene una corposa introduzione dello stesso Civitareale nella quale si prospettano con convinzione linee e idee sulla sua casa letteraria.
La scrittura, intesa come “l’esito d’una sintonia, d’una concordanza tra forma e contenuto” è per Civitareale innanzitutto una forma di riparazione: “il risultato di un processo memoriale, un prodotto distillato dai lucidi ascolti della memoria, per cui l’io di chi scrive non è più quello di un’autobiografia o di un diario privato.” La spinta creativa di Civitareale sembra nascere da una esigenza conciliatoria tra passato e presente, tra il sé e l’altro, tra memoria e futuro.
Se è vero che la scrittura è una frontiera nella quale liberarsi dai condizionamenti per cogliere meglio l’essenza, è altrettanto vero che la poesia ha quella intrinseca capacità di sospendere le “regole del gioco” per riscriverle. E Pietro Civitareale sa varcare quei “sentieri ostinati della memoria” con una nostalgia che non è mai rimpianto, semmai custodia di bellezza.
La parola è anche epifanica perché rivela la connessione con il reale, ne svela le contraddizioni e la mutevolezza, cerca di decifrarne il mistero, sentirne l’attrito, cucirne le esperienze oltre la filigrana dell’apparenza.
La sua è la “cartografia di un visionario” in cui la memoria, con la sua ostinazione, intreccia ricordi, luoghi e visioni, prende forma il presagio della morte, come limite tra lo scibile e l’ignoto, che fa vacillare le certezze, ma allo stesso tempo, rende più intenso il senso dell’attesa. Lungi dal portare all’impassibile rassegnazione, la morte si fa specchio e ipotesi di nuova vita, annuncio di una trasformazione che è racchiusa nell’intuizione della parola poetica: Allora, dai nostri antichi anni, si chiuderà, cielo perfetto, tutto il nostro errare. Sapremo che è labile parvenza ciò che facciamo e che non duole tenersi dentro tutta la morte, avendo ormai davanti tutta la vita (da Cartografie di un visionario, 2014).
La “ruota dell’esistenza”, oltre la quale c’è la “calma” di chi si è sradicato dalla terra, si avvia verso le ultime luci del giorno (della vita), ma non per questo si affievolisce la forza della parola. Anzi, essa si radica ancora di più nella pagina della creazione con tutta la cifra filosofica e sensoriale della soglia.
Leggendo questo volume, ci si accorge subito che settant’anni di poesia non sono semplici da sintetizzare, ma c’è un filo resistente che – fuori copertina – attraversa gli anni e permane con la sua portata di riscatto e rivelazione. La poetica di Civitareale è ancorata alla realtà, a uno sguardo lucido, ma sa renderla materia viva del pensiero e della visione. In molte liriche è la mitizzazione onirica che fa da cassa di risonanza all’intuizione, tentando di renderla più leggibile di fronte alla parte razionale.
Anche la luce si fa compagna nell’oltrepassare la soglia della notte: Tutto il sogno è nell’esistere, nell’abbeverarsi a quella cascata di luce che gli riscopre il senso delle cose, il segno degli antichi (da Cartografie di un visionario, 2014). Ma se la ricerca della chiarità è il faro che guida lo sguardo del poeta, è nell’ombra, “l’occhio vero della luce”, che il nulla e l’ignoto, quasi per contrappunto, convergono, quasi fossero il centro irradiatore della spinta creativa. Se la luce porta in sé una forza chiarificatrice, l’ombra, nonostante la sua inconsistenza materiale, è il segno di un’evidenza proiettiva.
Buona parte della poesia di Civitareale è legata alla vicenda d’amore, trascesa e dilatata oltre l’implicazione della microstoria individuale, soprattutto quando si fa misura di distanze spirituali. La tua ostinata voce / valica distanze, rompe / la dura scorza del silenzio, / annuncia altri giorni / uguali a quelli della nostra / prima amorosa dolcezza (da Di un’altra luce, 2021). E come non sottolineare la natura-città che brulica di ombre, strade, piazze, case, alberi? Il confronto antinomico tra la terra e il cielo? Le diverse altezze di un paesaggio che è mosso e animato dalla costante presenza del vento, nel suo trasalire le vie eteree del cielo? La stagionalità della terra e la infinitudine del cielo, la casa eletta a dimora del cuore e del pensiero, il volo sopra la linea del consueto e la radice nella terra della certezza?
********
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.