Abruzzo Daily

Logo
Logo
La rubrica

Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Alcide Pierantozzi - Decima puntata

Lo sbilico ha la forza disarmante della connessione, mettendo a nudo la disabilità psichica e anche la psicosi collettiva, restituendone al lettore una rappresentazione della sua complessità

Alcide Pierantozzi
Alcide Pierantozzi
di Valeria Di Felice
4 MINUTI DI LETTURA

Con un romanzo a metà strada tra diario clinico e memoir psicologico, Alcide Pierantozzi (S. Benedetto del Tronto 1985) torna sulle scene editoriali affrontando un tema importante come quello della disabilità psichica e confrontandosi con un campo minato in cui è facile scivolare nella spettacolarizzazione del proprio vissuto o nella pornografia della fragilità e del dolore.

Il protagonista, quarantenne, è un “paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido”. Dopo alcuni anni vissuti a Milano, ritorna nel suo paese di origine in Abruzzo. Vive insieme alla madre, in un legame simbiotico, insieme al padre che è disponibile ma negazionista, insieme al fratello e al ricordo intrusivo del fratellino morto da piccolo. Da almeno vent’anni è alla ricerca di una “quadratura mentale”, barcamenandosi tra lo spettro dell’autismo, il disturbo bipolare, la dissociazione dell’io e i pensieri di mancata autoconservazione. Segue una terapia antidepressiva, fuma e si allena quotidianamente in palestra.

I pensieri del protagonista, un “abusivo nel mondo dei sani e dei normali”, fanno capolino dentro, rimescolando le carte di un equilibrio fragile ma vissuto sempre con grande intensità. Alcide Pierantozzi non inventa, ma coglie con meticolosa esattezza il suo mondo, nel rispetto di un patto di fiducia con il lettore che non vuole tradire.

Ne Lo sbilico (Einaudi 2025) vita e morte diventano due casse di risonanza che si compenetrano, si alternano, si inseguono nel campo visivo e psichico dell’io narrante. Il romanzo inizia con un ricordo del 2012, vale a dire con i risultati dell’esame istologico del carcinoma mammario della madre – figura chiave del suo orizzonte emotivo. Ma è nella parte centrale del libro, Apocalisse degli animali, che la confidenza con la morte si fa stretta e pervasiva. La memoria, oscillando tra radici e affondi nel presente, ripercorre le finestre dell’infanzia, quando nella casa di campagna dei nonni il protagonista viene reso partecipe della crudezza della vita contadina in netto contrasto con la sua idealizzazione bucolica: dai metodi “fantasiosi” e brutali per uccidere topi e corvi allo sgozzamento dei conigli.

Al dettaglio farmacologico della malattia psichica segue quello più endemico, rappreso nel grumo dell’esistere: l’analisi precisa di una sorta di fenomenologia del corpo e della mente. Il corpo, che il protagonista non ha il coraggio di vedere se non accidentalmente o per delega alla madre e ai dottori, ha incise sulla pelle le tracce delle pasticche, dell’esercizio forsennato in palestra e dell’attrito con l’esterno. Il sudore – più volte chiamato in causa – diventa il segno tangibile di questa costante osmosi tra il dentro e il fuori; la sauna diventa “la liturgia quotidiana di svelenimento”.  E in questa traspirazione con il fuori, putrida “di scarti chimici”, anche il buio risponde a un linguaggio. Il nero – la stanza buia – è il colore che copre le forme del corpo, non lo consegna al disvelamento allo specchio, provoca nel protagonista “delle sottrazioni e delle aggiunte di memoria in grado di riscrivere la giornata appena trascorsa”. La luce, invece, è “il cardio dell’ansia”, è “il sentirsi incendiare l’intestino per la paura”.

All’impotenza del corpo – spesso descritto come frammentato, difettoso, rotto – sembra contrapporsi la potenza vivificatrice delle parole. Non sono parole qualsiasi quelle di Alcide Pierantozzi. Sono parole che sfidano l’oltre, che si addentrano nella materia della follia nel suo essere non sempre dannazione ma anche eccesso di qualità: “Se c’è una cosa che ho imparato dall’essere un paziente psichiatrico in terapia è che i malati hanno una morale più salda dei sani.” E ancora: “Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi.”

Fuori copertina? Troviamo la forza disarmante della connessione, quello sbilico così irriducibile da riuscire a mettere a nudo anche la psicosi collettiva dell’“ipocrisia umanitaria”. Non è un caso che in esergo Alcide Pierantozzi abbia scelto una frase di Joker, dal film di Todd Phillips del 2019: “La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non ce l’avessi.” Troviamo anche il potere vivifico delle parole oltre l’argine della follia, quell’atto di riscrittura – di rinominazione – che dà alle frasi “un nuovo effetto di senso, un diverso nitore di traiettoria”, verso quelle “parole assolute” in grado di scagionare la morte con la prova dell’autentico.

********

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

 

L'argomento