La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Alcide Pierantozzi - Decima puntata
di Valeria Di Felice

C’è un manipolo di poeti, in Italia, che fa del silenzio l’arma più inusuale per resistere al clamore della rincorsa alla notorietà poetica. Ma se usciamo per un momento dalla logica della ribalta, sentiamo accostarci a voci che arrivano da lontano, voci che ci rendono partecipi di una storia di lunga data, quella per la parola poetica. Senza pretese, senza reclami, senza cavalcare l’onda del riconoscimento.
È il caso di Leandro Di Donato, nato a Teramo nel 1956, che ha esordito giovanissimo a soli ventidue anni, nel 1978, con Parole dei miei giorni (Edizioni Pan Arte). Un debutto precoce al quale è seguito un silenzio di trent’anni durante il quale si è consolidato quel rapporto viscerale con la scrittura. Ed è così che nel 2006 esce la raccolta Le strade bianche (Edizioni Del Leone), con la prefazione di Renato Minore. Un libro, questo, che imprime la presa poetica con il sigillo della chiarezza comunicativa – cifra stilistica della sua ricerca – e il vigore della testimonianza sociale. Nel 2021 esce la sua terza raccolta Il corpo del vento (Di Felice Edizioni), con una lettera di Anna Maria Farabbi: si tratta di poesie che abbracciano temi intimistici, che colgono l’essenza della relazione affettiva e dell’introspezione esistenzialista, e di poesie che rivelano una consonanza collettiva. La denuncia del sopruso, la testimonianza del dolore, l’attenzione verso i più deboli, la salvaguardia di quel senso dell’umano che sembra essere sotto minaccia sono alcuni dei soggetti/oggetti che abitano il volto lirico dei componimenti.
In un contesto in cui la poesia di impegno civile potrebbe essere più valorizzata, Leandro Di Donato offre al lettore una visione – mantenendo sanguigna una venatura lirica – che allarga l’orizzonte. E questa espansione vuol dire comprendere o per lo meno ridurre il cono d’ombra sulle storture sociali chiuse nella polveriera delle ingiustizie, rinnovando la fiducia che la parola poetica possa non solo riflettere e dare voce all’inespresso, ma anche scalfire la durezza dell’indifferenza.
Leandro Di Donato incarna il senso di un’opera aperta, che affondi le sue radici nella cultura intesa come forza trainante del cambiamento sociale. Per queste ragioni nel 2024 è uscito per Macabor Leandro Di Donato e il suo canto mai finito, un volume antologico da me curato insieme a Bonifacio Vincenzi con le poesie più rappresentative del suo percorso letterario e il contributo di dieci critici letterari (Alessandrini, Celio, Di Pasquale, Nicolini, Trevisani, Greco AnGre, D’Alessandro, Roveri, Parziale, Michilli) i quali hanno messo in luce i pilastri fondativi della sua poetica e l’aderenza della parola alle maglie di una umanità più autentica.
Come fa notare Roberto Michilli: “L’io lirico di Leandro Di Donato è spesso un io plurale, un noi. Nella sua poesia, fin dagli esordi, gli altri esistono, e vivono, soffrono, amano come creature concrete, di per sé, e non soltanto per fornire sensazioni ed emozioni al poeta che si aggira tra loro e viene poi a raccontarcele.”
Giovanni D’Alessandro mette in evidenza un altro grande motore della sua poetica: l’indignazione: “È la stessa indignazione che vibrava decenni fa nel giovane Leandro, quando scriveva La notte dei boia a proposito del golpe militare in Cile, delle efferatezze e degli assassinii che lo hanno segnato; con parole di denuncia per ogni oppressione, da quella franchista in Spagna a quella dei colonnelli in Grecia, da quella comunista nell’URSS a quella fascista in Argentina.” E ancora Nella Roveri nella sua nota individua lo stesso slancio alla poesia civile riferendosi in particolare alle tematiche della sua ultima raccolta: “Le morti sul lavoro, le morti nel Mediterraneo e il dramma della migrazione, le guerre che hanno insanguinato il mondo e ancora lo uccidono, ma anche il tormento delle burocrazie, le ricostruzioni lente e gravate dal malaffare, il legno storto di questo tempo.”
In questo consuonare della poesia con l’urgenza della vita, il linguaggio di Leandro Di Donato è efficace, gravido di attenzione per l’altro, è “un roseto al culmine della sua fioritura” come sottolinea Angela Greco AnGre.
Quindi cosa troviamo fuori copertina della sua produzione editoriale? Pochi libri, di valore, sorretti da un linguaggio rigoroso, un quadro ispirativo focalizzato su alcune tematiche centrali, soprattutto di impegno civile, e la consapevolezza che la scrittura non può essere improvvisata o banalmente istintiva. La parola è il mattone con cui costruiamo un edificio stabile nel quale la visione continua a vivere tra le stanze di uno spazio al riparo dall’indifferenza. E ogni libro di Leandro Di Donato ce lo ricorda con la sua testimonianza.
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Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.