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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Giovanna Albi - Nona puntata

Il castello di carte invita il lettore all’attraversamento: la protagonista Chiara, una donna intraprendente, inquieta e appassionata di letteratura e filosofia, che fa della complessità la sua cifra più vitale.

Giovanna Albi
Giovanna Albi
di Valeria Di Felice
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Ci sono libri in cui la finzione si erge a dimora segreta dell’alter ego, libri in cui lo spazio narrativo sa accogliere la materia mutevole e latente del sé e trasformarla in esperienza condivisibile. Uno di questi è Il castello di carte di Giovanna Albi (Teramo 1961) edito da Di Felice Edizioni nel 2025. È un romanzo che invita il lettore all’attraversamento: la protagonista Chiara, una donna intraprendente, inquieta e appassionata di letteratura e filosofia, “intrappolata in problematiche a cruciverba”, fa della complessità la sua cifra più vitale. Non a caso Filippo La Porta, nella prefazione, scrive che Chiara “potrebbe diventare una voce del nostro dizionario interiore”.

La sua vivacità di pensiero naviga a vista tra realtà e illusorietà ma con grande lucidità critica. In questo camminare sul bordo della realtà, i ricordi diventano tasche narrative che man mano rendono la caratterizzazione di Chiara ancora più completa. L’autenticità di Chiara sta proprio nel vivere sospesa tra aspettativa e immaginazione, nonostante spesso si senta disarmata di fronte al nodo gordiano che alberga aggrovigliato nel fondo dell’esistenza. Tuttavia, c’è un equilibrio che ogni volta sembra disfarsi e ritrovarsi: essere costantemente in bilico consente a Chiara – trasfigurazione della condizione umana – di non raggiungere mai una soluzione definitiva, ma di lasciare spazio all’interpretazione e al dialogo interiore. Il finale stesso, aperto a più ipotesi, è un invito per ognuno a trovare la sua strada, la sua risposta, dopo aver seguito i passi di Chiara tra ricordi, pensieri, paure e coraggio.

Chiara, infatti, è una donna che affronta le difficoltà che incontra e il suo “ingorgo” emotivo, le sue ombre. Vulnerabile e allo stesso tempo resistente, Chiara è consapevole delle proprie fragilità ma non fugge, rimane col pensiero ancorato ai suoi enigmi, come ad addentrarsi nel suo segreto senza rivelarlo del tutto. Per anni Chiara si affida a uno psicanalista per recuperare il tempo dell’infanzia, per seppellire e disseppellire tante parole rimosse. A un certo punto manda a quel paese lo psicanalista e trova nella scrittura un’altra frontiera per disseppellire queste parole.

Chiara ha un figlio, Papotto, che “la tiene attaccata alla vita”. Ma la vita stessa è dentro le sue scelte umane e professionali: ha una sensibilità che la porta a sposare la causa dei più deboli e a concepire l’avvocatura non solo come un lavoro ma come un luogo di battaglie per la giustizia a difesa di chi ha poca voce.

La voce narrativa, rapida e a tratti lirica o ironica, concede spazio soprattutto all’introspezione psicologica e alla domanda filosofica, trasformando la lettura in un’esperienza esplorativa dell’essere. La trama minimale del romanzo fa da contraltare a una densa forma di indagine e osservazione che trascende il filo narrativo. Questo è popolato da figure maschili archetipiche (l’uomo Narciso, l’uomo Ettore, l’uomo Achille, l’uomo cinico, l’uomo Don Abbondio), da un’intimità sofferta e da relazioni complicate, ma sa anche attingere linfa dal grande serbatoio di sogni e desideri.

Come sottolinea Filippo La Porta è un romanzo difficile da classificare, “intessuto di cultura (letteratura, filosofia, mitologia classica) senza mai essere culturalistico o erudito. Chiara dialoga con i grandi spiriti dell’umanità, da Platone a sant'Agostino a Dante e a Freud (e con i grandi libri sapienziali come il Vedanta induista). Nel libro vi imbatterete in tre microsaggi, rispettivamente su Manzoni, Leopardi e Pavese, idiosincratici e penetranti, di straordinario acume critico e originalità.”

Cosa troviamo fuori copertina di questo libro che non è un semplice diario, ma un vero e proprio “castello” che accorpa immagini e metafore come fossero carte? Troviamo l’immagine topica di una esistenza in bilico, tra la vita sognata di Antonia Pozzi e la speranza leopardiana, pronta a cadere per destino o per scelta. La parola stessa, quella genuina, vissuta, dirompente e indagatrice, rappresenta la bussola con la quale orientarsi. La scrittura di Giovanna Albi, funambola della parola, si fa sintesi tra vita e letteratura: citazioni, digressioni filosofiche, riferimenti poetici fanno da corollario allo spazio vitale di Chiara e allo stesso tempo lo intridono di senso.

La recensione

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Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

 

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