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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Gabriele d'Annunzio - Sesta puntata

Torna in libreria il Trionfo della morte di Gabriele d’Annunzio. Particolarità di questo volume è la presenza delle illustrazioni di Sylvain Sauvage che furono pubblicate nell’edizione francese del 1923

Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Gabriele d'Annunzio - Sesta puntata
di Valeria Di Felice
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Torna in libreria il Trionfo della morte di Gabriele d’Annunzio (Di Felice Edizioni, con introduzione e curatela di Emanuela Borgatta e con la postfazione di Enrico Di Carlo). Particolarità di questo volume è la presenza delle illustrazioni di Sylvain Sauvage che furono pubblicate nell’edizione francese del 1923.

Caposaldo della letteratura italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento, il Trionfo della morte è un romanzo del 1894 in cui confluisce tutta la tensione artistica di Gabriele d’Annunzio, continuamente in bilico tra l’aspirazione alla grandezza, elevata a slancio ieratico verso la vita, e la pulsione di morte, intesa come principio costante che permea l’esistenza.

Terzo e ultimo del ciclo dei Romanzi della Rosa, il Trionfo della morte accoglie quegli elementi tipici del pessimismo di fin de siècle. Basti pensare al pensiero di Schopenhauer del quale condivide l’idea della morte come via di fuga dalla sofferenza. Il senso mortifero dell’esistenza, tuttavia, non accompagna i passi del protagonista in un percorso ascetico e consapevole, ma in un cammino forsennato in continua lotta con la cogenza del nichilismo. La liberazione, che porta in sé l’annuncio del gesto estremo, vale a dire del suicidio, non è vissuta con postura contemplativa, ma con la violenza di chi vuole convulsamente evadere dalla prigione tragica della vita e dal suo carico paradossale.

La vita, nella testimonianza del protagonista Giorgio, assume i toni drammatici di una costrizione nella quale d’Annunzio vede il fallimento della società moderna, caduta in profonda crisi. La morte, la grande “invincibile”, non è semplicemente un corollario del romanzo, ma il nucleo di tutto il discernimento di Giorgio che arriva al gesto estremo dopo un lungo percorso interiore.

Il senso di disgregazione identitaria è sublimato dal culto dell’individuo, quasi a scongiurare l’angoscia attraverso un estetismo nel quale si radica il mito del superuomo di Nietzsche: la morale tradizionale è superata con l’esaltazione del vigore e della forza, con il primato della bellezza e dell’azione sulla voragine della nullificazione. In questo tumulto caotico tra eccessi, Giorgio è come se fosse immerso in un’opera wagneriana, vale a dire in una dimensione che elegge amore e morte a forze totalitarie e distruttive: “Quest’uomo sagace, pur avendo la certezza che tutto è precario, non poteva sottrarsi al bisogno di cercare la felicità nel possesso di un’altra creatura. Egli sapeva bene che l’amore è la più grande fra le tristezze umane, perché è il supremo sforzo che l’uomo tenta per uscire dalla solitudine del suo essere interno: sforzo come tutti gli altri inutile.”

Il protagonista Giorgio Aurispa, emblema dell’esteta decadente, è tormentato dal mito della forza e dall’ambizione all’eccezionalità. Non è immune neanche dal senso di inettitudine, da quella inadeguatezza che lo rende un uomo oppresso dalla lacerazione e dal presagio della dissoluzione dell’io. In questo stato di inquietudine, ha una relazione travolgente e devastante con Ippolita Sanzio la quale fa da contraltare al suo scandaglio interiore. Anche se Ippolita è un personaggio (ispirato all’amante Barbara Leoni) descritto con grande dettaglio, è sempre definita dalla percezione emotiva e dallo sguardo contrastato di Giorgio: “Talvolta, dopo una qualche accelerazione straordinaria della sua vita passionale, egli cadeva in una specie di paralisi psichica il cui sintomo primo era una incuranza profonda di ogni cosa, una indifferenza peggiore della più acuta sensibilità, che durava molti giorni, intere settimane. Talvolta, un pensiero l’occupava, unico, assiduo: il pensiero della morte.”

Il desiderio furente e voluttuoso per Ippolita non basta a esorcizzare l’oscurità che è dentro le cose terrene. Non lo aiuta ad affrancarsi dall’inganno della condizione più istintiva. Ed ecco che Ippolita, da complice di una passione vitale, inizia ad essere percepita dall’immaginario di Giorgio come una “nemica”. 

La storia tra Giorgio e Ippolita ha inizio a Roma (città simbolo della corruzione e della decadenza moderna) e ha fine in una località marina d’Abruzzo (regione che evoca un’eredità familiare gravosa e soffocante). Il paesaggio abruzzese e i luoghi citati (l’Eremo di San Vito Chietino, i trabocchi, il Santuario della Madonna di Casalbordino, Guardiagrele) si animano in modo simbiotico con il tormento del protagonista, creando un’atmosfera che rispecchia lo stato ora di riscatto, ora di disillusione, ora di oppressione. Tutto si intreccia nel romanzo di d’Annunzio: le radici con l’avvenire, l’esaltazione con l’inabissamento, l’eccezionalità con la nullificazione.

Cosa troviamo fuori copertina? Al di là della ricchezza lessicale tipica di d’Annunzio il quale, secondo una stima di Bruno Migliorini del 1939, ha usato oltre 40.000 parole nella sua produzione letteraria, troviamo la conferma di quella complessità estetica e quell’intensità filosofica che sono alla base dell’opera omnia di d’Annunzio, figura che meriterebbe maggiore spazio di approfondimento per la portata innovatrice dei suoi testi e non per le “spettacolari” e discusse scelte biografiche.

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Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

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