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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Giovanni D’Alessandro - Quinta puntata

La parola si addentra nelle ombre più cupe dei personaggi, ma senza quella presunzione autoriale che è tipica dei romanzi scolastici. In fondo all'articolo il video-commento

Giovanni D’Alessandro
Giovanni D’Alessandro
di Valeria Di Felice
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Dopo una pausa di dodici anni, Giovanni D’Alessandro (Ravenna 1955, nato da famiglia sulmonese e residente a Pescara) torna con il nuovo romanzo Lo sperduto (Città Nuova Editrice 2024). La narrazione si snoda attraverso più storie, ma il centro nevralgico è costituito dal protagonista, Marcello Angelozzi, o meglio dalla sperdutezza intesa come condizione di smarrimento.   

Marcello è un notaio quarantaseienne che vive e lavora a Pescara e che porta con sé il peso dell’inadeguatezza. Immerso nelle parvenze di una quotidianità altoborghese, ha condotto per buona parte una vita modulata in base alle aspettative familiari – soprattutto del padre autoritario –, non riuscendo mai a colmare quel senso di manchevolezza e frustrazione.

Marcello e l’amata moglie Maria Vittoria Pacitti (soprannominata Mavi), diventano genitori di Benedetta quando sono giovanissimi, ancora studenti all’ultimo anno di liceo classico. Da quel giorno Marcello viene risucchiato in un vortice logorante che, a fronte della sistemazione economica e sociale, ne acuisce il senso di fallimento nella sua realizzazione più intima. L’annuncio della gravidanza accelera una dinamica già compromessa tra Marcello e i suoi genitori, con sullo sfondo l’attrito di un sistema quasi “di caste”.

Teresa, la sorella maggiore di Marcello, è il suo alter ego: mentre Teresa è una donna risoluta e determinata, non imprigionata tra le grate iperprotettive e perbeniste dei castelli d’aria dei genitori, Marcello nutre sin da piccolo un senso di insicurezza. Dopo l’annuncio della gravidanza, “il primo grande disastro”, si lascia vivere dal fiume degli eventi. Vorrebbe fare il medico, ma cede all’aspettativa di famiglia avviandosi alla carriera notarile.

Di fronte ai tanti sogni non realizzati e soprattutto a quel bisogno di differenziazione dai genitori, Marcello cade nella voragine di uno iato tra l’io desiderato e l’io necessitato. La rinuncia – che non ha nulla a che fare con l’aura del sacrificio – si impone negli anni fino a provocare un cortocircuito.

Marcello e Mavi crescono complici e vicini; condividono i propri dubbi e tengono fede ai propri obiettivi. Hanno un altro figlio, Niccolò. Nonostante ciò, Marcello arriva a un punto di non ritorno e cade nella morsa dello smarrimento, quando Mavi muore a seguito di una grave malattia. Inizia un nuovo tempo – non solo narrativo – in cui la sopravvivenza fa i conti con quell’atavico senso di sperdutezza.

Lo sperduto si fa preludio di un abisso disforme, una crisi (forse avanguardia della trasformazione?) in cui la motivazione diventa evanescente e lo slancio alla vita perde la sua forza.

L’assenza della moglie diventa una certezza ineludibile e in questo grande vuoto accade l’inatteso: a Pescara arriva Elspeth McKay, un’amica del figlio, di Glasgow, che ha bisogno di trovare una casa per l’Erasmus. Marcello, nel dare una mano alla ragazza a trovare una sistemazione, è travolto da un turbine di emozioni contrastanti, tra un audace innamoramento e il senso di colpa verso i suoi figli e la moglie morta. Che cosa succederà?

Cosa troviamo fuori copertina? Con Giovanni D’Alessandro la parola si addentra nelle ombre più cupe dei personaggi, ma senza quella presunzione autoriale che è tipica dei romanzi scolastici. Di fronte al senso di estraneità, Giovanni D’Alessandro non impone risoluzioni pronte all’uso, ma invita il lettore a seguire i passi dei personaggi, lasciando spazio alla sua immaginazione e tempo alla possibilità di maturare un proprio punto di vista.

La fragilità e la ricerca di identità del protagonista rispecchiano anche il disorientamento dell’uomo contemporaneo, immerso in una collettività sbilanciata più verso la “sistemazione” che la “realizzazione”. Questo romanzo chiama in causa l’urgenza di riscattarsi dalle occasioni mancate, dalla disalienazione. 

I personaggi sono credibili, mai statici nella loro caratterizzazione interiore, ben ideati attraverso le relazioni. Smarrimento, responsabilità, paura, desiderio di riscatto sono i nervi emotivi delle pagine del romanzo. L’amore – quando non idealizzato – è una forza intensa che ci mette alla prova sul banco della complessità, ma che può aprirci a una prospettiva inedita all’insegna della crescita e della consapevolezza.

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