Il personaggio
La Stampa Usa, al lancio anche Daniel Libeskind: l'intervista
di Antonio Monda

Succede anche questo, nel rumore costante dei social network: il dolore diventa pretesto, il lutto terreno di scontro ideologico. Sotto l’annuncio della morte improvvisa di una persona amata, stroncata da un malore a mesi di distanza da un intervento importante, compaiono commenti che nulla hanno a che fare con il cordoglio. Frasi sarcastiche, accuse striscianti, scherni mascherati da “verità alternative”.
Una conversazione surreale, feroce, che si consuma sotto gli occhi di familiari e amici ancora attoniti. Non entriamo nel merito delle grandi dispute mediche e scientifiche: non ne abbiamo le competenze, né è questo il luogo. Né intendiamo addentrarci nei territori delle scie chimiche, delle cospirazioni globali o degli alieni: non per disinteresse, ma per onestà intellettuale.
Resta però il contesto umano. Uno degli interlocutori, paradossalmente, ha sempre dichiarato affetto e vicinanza, pur esprimendo con toni urlati e aggressivi le sue convinzioni da “No Vax”. Intanto, nel mondo reale, c’è chi si è vaccinato perché la storia insegna quante vite i vaccini abbiano salvato; chi lo ha fatto per poter continuare a lavorare; e chi non si è vaccinato e non tollera chi ha fatto una scelta diversa.
C’è chi ha sporto denuncia contro chi stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro, perdendo poi in tribunale. C’è chi ha minacciato. E c’è chi ancora oggi ferma le persone per strada per riversare odio e presunto libero pensiero in faccia agli altri.
Tutto questo, per quanto discutibile, rientra nel conflitto sociale dei nostri tempi. Ma usare la morte di qualcuno come palco per la propria propaganda è un’altra cosa. Significa non riconoscere il dolore, non rispettare il silenzio che un lutto impone. E se per molte fragilità esistono cure, per l’assenza di empatia — purtroppo — non esiste ancora alcun vaccino.