Sanità
Teramo, liste d’attesa senza fine: ecocolordoppler alle carotidi nel 2030
di Giancarlo Falconi

TERAMO. Cambiano i volti, cambiano i nomi, ma il racconto sembra sempre lo stesso. Una sorta di giorno della marmotta dell’immigrazione, fatto di documenti attesi, promesse ricevute, soldi consegnati a qualcuno per avere informazioni e della speranza di poter raggiungere un giorno amici o parenti che, nel frattempo, sono riusciti a costruirsi una famiglia e una vita normale.
Sono i nuovi arrivati a Teramo, quelli che potremmo definire i soliti “turisti dei documenti”.
Le loro storie emergono davanti a una colazione e a un paio di cornetti. Raccontano di aver pagato intermediari o conoscenti per ricevere indicazioni, di essere arrivati con poche certezze e di aspettare soprattutto una cosa: poter essere finalmente liberi di scegliere dove vivere e dove andare.
Poi arriva la notte.
Qualcuno dorme nei giardini Marcozzi, diventati ormai punto di incontro di un’umanità molto diversa: persone senza casa, tossicodipendenti, alcolizzati, piccoli spacciatori e disperati di passaggio.
È proprio quella piccola “bandarella” notturna ad aver suggerito ad alcuni nuovi arrivati un luogo considerato più riparato: gli spazi sotto le volte in mattoni nei pressi del liceo Scientifico.
Il resto appartiene a una storia che Teramo conosce già.
I bisogni fisiologici fatti dove capita, l’assenza di servizi, le docce improvvisate alla fontanella, i vestiti lavati alla meglio. Una questione sociale che diventa inevitabilmente anche una questione di igiene, sicurezza e dignità.
In mezzo a questo scenario, però, ogni tanto arriva una storia capace di cambiare completamente prospettiva.
È quella di Chinedu – sperando di averne scritto correttamente il nome – un uomo profondamente religioso che incontrammo circa tre anni fa, poco dopo il suo arrivo in provincia di Teramo.
Ci fermò per strada.
Non voleva soldi.
Voleva un lavoro.
Fu la prima volta che ci capitò una richiesta del genere formulata in maniera così diretta. Dormiva alla stazione e chiedeva soltanto la possibilità di guadagnarsi da vivere.
Oggi Chinedu lavora per una ditta edile. Ha una casa, una famiglia e una figlia. Sua moglie è riuscita a raggiungerlo in provincia di Teramo.
Quando lo abbiamo incontrato di nuovo ci siamo abbracciati.
E forse dentro quell’abbraccio c’è la spiegazione più semplice della parola integrazione.
Non uno slogan, non un convegno, non una fotografia istituzionale. Un lavoro, una casa, una famiglia, la dignità di potersi mantenere.
Ed è proprio qui che torna la domanda sulle istituzioni. Perché le storie positive sembrano ancora affidate troppo spesso alla fortuna, all’incontro giusto, alla disponibilità di un imprenditore o alla solidarietà di qualcuno.
Manca un metodo capace di accompagnare chi vuole davvero integrarsi e, contemporaneamente, di evitare che stazioni, giardini pubblici e angoli della città diventino dormitori senza servizi.
Chinedu ce l’ha fatta.
Il problema è capire quanti altri, senza quel piccolo miracolo, continueranno invece a trascorrere le proprie notti sotto una volta di mattoni aspettando un documento, un lavoro e soprattutto una possibilità.