Sanità
Teramo, liste d’attesa senza fine: ecocolordoppler alle carotidi nel 2030
di Giancarlo Falconi

Dopo la pubblicazione della nostra Lettera aperta, in cui una madre — medico — raccontava l’incubo vissuto accanto al figlio tossicodipendente, è arrivata in redazione una nuova, drammatica testimonianza dalla provincia di Teramo. «Ho avuto lo stesso problema — ci scrive — e, nonostante abbia seguito i consigli ricevuti, mio figlio è morto».
Parole che pesano come macigni e che hanno trovato seguito in una lunga lettera, carica di dolore, rabbia e senso di impotenza. Una madre che oggi vive con il tormento di una domanda che non trova risposta: si poteva fare di più? Nel suo messaggio, la donna si rivolge direttamente alla madre medico che aveva scritto in precedenza, invitandola a non arrendersi e a combattere «con tutta la forza di un genitore» contro un fenomeno che — scrive — «sta distruggendo le nuove generazioni, soprattutto nei paesi di periferia». Secondo il suo racconto, la famiglia resta spesso sola ad affrontare il problema.
Anche quando ci si affida a medici e specialisti, i protocolli non sempre bastano. «Se rifiuta l’aiuto deve sbatterci la faccia», le è stato detto. Ma lei non è d’accordo: ogni persona è diversa e dovrebbe essere valutata singolarmente, anche con metodi alternativi, se necessario.«Ho chiesto aiuto a tanti — racconta — ma tutti hanno girato la faccia dall’altra parte. ‘Tanto non si può fare niente’, mi dicevano».
Poi l’accusa durissima: esiste un sistema fatto di persone che «non hanno un’anima», che pensano solo al proprio lavoro, alla propria vita, e non vogliono che nulla turbi il loro quotidiano. «Ci si preoccupa per un cane o un gatto in difficoltà, ma non si vede un essere umano che sta affondando tra alcol, droga e altre dipendenze». Infine la domanda che resta sospesa, come un grido: possibile che questo mercato non si riesca a debellare?L’appello finale è rivolto a tutti i genitori e alle famiglie: «Aprite gli occhi. Combattiamo insieme. Facciamo gruppo. Io ci sono e vi aiuterò. Non mi volterò dall’altra parte».
Per ora, anche lei sceglie di restare nell’anonimato. Ma il suo dolore è una voce che chiede di non essere ignorata.
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