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Dall'Abruzzo all’Imperial College di Londra: Marco Di Antonio, il ricercatore che studia i “nodi” del Dna

Dai banchi dell’Alessandrini ai laboratori londinesi. Il ricercatore teramano racconta il percorso che lo ha portato alla biologia molecolare

Il ricercatore
Il ricercatore
di Giancarlo Falconi
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TERAMO. Prima Londra, prima l’Imperial College, prima dei laboratori nei quali oggi si studiano alcuni dei meccanismi più complessi del DNA, c’erano i banchi di scuola a Teramo. C’erano una passione ancora senza una destinazione precisa, i giochi della chimica, alcuni insegnanti capaci di intuire un talento e quella che Marco Di Antonio definisce oggi quasi una «pazza idea»: diventare un ricercatore.

Quell’idea è diventata una professione e una carriera scientifica internazionale.

Marco Di Antonio, ex studente del Polo Tecnologico Economico “Alessandrini-Marino-Pascal-Comi-Forti”, lavora oggi all’Imperial College di Londra, dove coordina attività di ricerca nel campo della biologia molecolare.

Il suo percorso è stato ricordato dalla dirigente scolastica Maria Letizia Fatigati durante il Collegio dei docenti di inizio anno, come testimonianza concreta di ciò che può nascere anche tra i corridoi e i laboratori di una scuola teramana.

«I miei anni all’Alessandrini non possono che suscitare bei ricordi di gioventù e spensieratezza», racconta Di Antonio. La passione per la chimica, però, era già evidente.

«Avevo il sogno di diventare un ricercatore un giorno, ma non avevo idea di dove e come. Ho avuto la fortuna di trovare professori e compagni di classe che hanno supportato questa mia passione».

La scuola teramana ha avuto un peso decisivo soprattutto attraverso i Giochi della Chimica. Prima le competizioni regionali, poi quelle nazionali. Proprio una di quelle esperienze lo condusse a Pavia, città nella quale avrebbe successivamente frequentato l’università.

«Senza i Giochi della Chimica partiti dall’Alessandrini di Teramo non avrei conosciuto l’ateneo pavese e, con ogni probabilità, non sarei dove sono ora».

Il ricordo più intenso riguarda però una docente: la professoressa di chimica organica Graziella D’Ambrosio.

«Aveva visto qualcosa in me prima ancora che lo facessi io stesso. Mi ha saputo dare la motivazione e la convinzione di poter ambire a traguardi importanti. Avere qualcuno che crede in te ciecamente è fondamentale a quell’età».

La strada successiva lo avrebbe portato molto lontano geograficamente da Teramo.

Costruire una carriera scientifica internazionale ha significato lasciare la propria zona di comfort, imparare a vivere in un altro Paese, utilizzare quotidianamente una lingua diversa e allontanarsi dalla famiglia.

Sacrifici che oggi Di Antonio guarda anche attraverso la vita dei propri figli. «Hanno anche la nazionalità britannica e parlano fluentemente sia italiano sia inglese. È un grosso regalo per loro e una soddisfazione per me, perché nasce dai sacrifici fatti in precedenza».

Londra è diventata casa, così come l’Imperial College, ma Teramo e l’Abruzzo non sono mai diventati semplicemente un luogo del passato.

«Le mie radici abruzzesi rimangono fortemente radicate nella mia vita quotidiana. Essere abruzzese mi ha aiutato nel non mollare mai e nel lavorare duro per ottenere risultati. È nella nostra indole essere forti e gentili».

Oggi una parte importante del lavoro del suo gruppo riguarda i G-quadruplex, particolari strutture che il DNA può assumere e che Di Antonio prova a spiegare attraverso un’immagine semplicissima.

Il DNA umano contiene circa tre miliardi di basi e, se completamente disteso, raggiungerebbe una lunghezza superiore ai due metri. Bisogna immaginarlo, spiega, come una fune lunghissima che deve essere sistemata dentro uno spazio minuscolo.

«Se quella fune presenta dei nodi o è attorcigliata sarà più difficile riporla correttamente. I G-quadruplex possono essere immaginati proprio come dei nodi nel DNA».

Quei “nodi”, quando non sono correttamente regolati, possono interferire con alcuni meccanismi cellulari.

L’ultimo studio del gruppo guidato da Di Antonio, pubblicato sulla rivista scientifica Nucleic Acids Research, si concentra sulla proteina Cockayne Syndrome B, conosciuta come CSB e collegata alla sindrome di Cockayne, una rara patologia genetica caratterizzata anche da fenomeni di invecchiamento precoce.

Gli studiosi hanno osservato in laboratorio che la proteina CSB può organizzarsi formando condensati simili a minuscole gocce liquide. Un comportamento particolarmente evidente in presenza di specifiche strutture G-quadruplex multimolecolari, definite mG4.

Il fenomeno viene ricondotto alla cosiddetta separazione di fase, un processo attraverso il quale alcune molecole riescono a organizzarsi in compartimenti dinamici all’interno della cellula senza la presenza di una membrana.

Il punto scientificamente interessante riguarda il possibile ruolo della conformazione stessa del DNA.

Non sarebbe dunque soltanto la sequenza delle “lettere” che compongono il patrimonio genetico ad avere importanza, ma anche il modo nel quale quella molecola si piega e assume una determinata struttura tridimensionale.

Una prospettiva che apre interrogativi sui meccanismi dell’invecchiamento e su patologie complesse come il cancro.

Di Antonio invita però a guardare alla ricerca senza scorciatoie e senza promesse facili. I risultati scientifici arrivano dopo esperimenti falliti, ipotesi da rivedere e tempi spesso molto lunghi.

«Le cose importanti richiedono tempo, pazienza e soprattutto tanto lavoro e impegno. Di ragioni per mollare ne ho avute diverse, così come tanti sono stati i momenti no. Dopo un paio di giorni, però, la voglia di ricominciare è sempre tornata».

La motivazione diventa ancora più forte quando il lavoro di laboratorio incontra direttamente il mondo dei pazienti. L’Imperial College opera infatti in stretta relazione con l’Hammersmith Hospital.

«È molto bello lavorare su progetti che possono potenzialmente riscrivere la prognosi di un paziente o portare a nuove terapie. È la motivazione principale che ci porta a fare questo mestiere».

Accanto alle scoperte c’è poi un’altra dimensione che Di Antonio considera fondamentale: formare nuovi ricercatori.

Seguire giovani studenti, accompagnarli nella crescita scientifica, insegnare loro a formulare domande prima ancora di cercare risposte significa contribuire alla costruzione della ricerca del futuro.

Per questo sapere che il proprio percorso viene raccontato oggi agli studenti dell’Alessandrini ha per lui un significato particolare.

«È un privilegio ed è sicuramente motivo di orgoglio. Alla loro età ho dovuto spesso muovermi da solo e per tentativi. Poter essere un riferimento o qualcuno a cui i ragazzi possano rivolgersi per un consiglio o un aiuto mi rende felice, perché so quanto possa fare la differenza».

Nel racconto di Di Antonio non c’è neppure una contrapposizione semplicistica tra Italia ed estero.

Il ricercatore sottolinea come nel nostro Paese continuino a esistere gruppi capaci di produrre ricerca scientifica di alto livello anche in presenza di risorse limitate.  «Uscire dall’Italia non è sempre sinonimo di miglioramento. Penso che ci sia ancora ricerca di alta qualità prodotta in Italia».

Il rapporto con la comunità scientifica italiana, infatti, non si è mai interrotto. Nel prossimo ottobre Di Antonio ha organizzato a Catanzaro un simposio destinato a riunire ricercatori italiani e britannici, con l’obiettivo di sviluppare nuove collaborazioni tra i due Paesi.

Sono trascorsi più di quindici anni dalla sua partenza dall’Italia. Nel mezzo ci sono stati Pavia, Londra, l’Imperial College, pubblicazioni scientifiche, studenti, laboratori, esperimenti riusciti e altri da ricominciare.

La traiettoria, tuttavia, conserva un punto di partenza molto riconoscibile: un laboratorio scolastico di Teramo, alcuni docenti e un ragazzo che immaginava di poter diventare ricercatore senza sapere ancora quale strada avrebbe percorso.

Forse la ricerca scientifica nasce proprio così: da una domanda apparentemente troppo grande, dalla libertà di provare a darle una risposta e dalla presenza, nel momento giusto, di qualcuno disposto a credere che quella risposta possa essere trovata.

Rimane soltanto un’ultima domanda, molto meno scientifica. Che cosa manca a Marco Di Antonio del “DNA” abruzzese? Questa volta non servono microscopi, sequenziatori o sofisticati modelli molecolari. «Gli arrosticini». Una risposta semplice. Probabilmente la sintesi ferale di quel legame con la propria terra che neppure la biologia molecolare riuscirà mai a sciogliere.