La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Roberto Michilli - Diciannovesima puntata
di Valeria Di Felice

Cosa accade quando la letteratura diventa una cassa di risonanza per chi non ha voce, per chi abita la marginalità come costrizione insolubile della periferia – non solo geografica, ma anche del cuore e della storia? Oppure quando ci impaesiamo in un crocevia di microstorie che si rivelano l’un l’altra con la possibilità rifondatrice della parola, o ancora in un luogo fatto di uomini e donne che si confrontano con quel senso di finitudine che incombe fino all’ultimo giorno?
Queste sono le domande che respirano con la forza espansiva del linguaggio tra le pagine de La scortanza (minimum fax 2025) di Remo Rapino (Casalanguida 1951) che, dopo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (2019, Premio Campiello del 2020) e Cronache dalle terre di Scarciafratta (2021), torna con un romanzo che dilata ulteriormente l’epopea degli sfasulati, gli esclusi, i fragili, i matti, gli spiantati, coloro che pagano sulla propria pelle lo scotto di una durezza che sembra essere elargita come i “biglietti negativi che escono dalla pianeta della vita”.
Il protagonista Rosinello Capobianco, un uomo ingiustamente rinominato Dei Favizitte (che sparge “il falso a destra e a manca”), se ne sta “seduto, mufo mufo, da mattina a sera alla Fontanella di Colle di Piazza”, a ricordare naufragi e avventure, a inventarne di nuove con il potere immaginifico della speranza, a coglierne altre. Ed è in “quel ritaglio di piazza” chiamato Cerchitelli che le storie di uomini e donne – ciascuno con un nome più o meno odiato o amato – come fili d’erba fluiscono, si innestano, si incrociano, ma tutti a testimoniare l’incessante via vai di mondi emotivi che nascono dallo stesso specchio d’acqua chiamato vita. Anche se a Rosinello il suo nome “farlocco” proprio non piace, lo accetta con rassegnazione trasformando quelle poche lettere in un marchio che non può e non potrà mai esprimere il peso specifico della sua esistenza. Ci sono parole e parole: ci sono quelle traditrici o di facciata che altro non sono che paraventi di pregiudizi o etichette, e poi ci sono quelle carsiche che scavano fin dentro, nell’imprendibile oscurità della vita stessa.
Rosinello incarna lo sguardo di un osservatore attento non solo alle cronache “familiari” del suo paese ma soprattutto alla scintilla che accende o danna il mondo emotivo di ciascun conterraneo: dal professore Cecchino Di Tropea al mastro Nicola Trabaccone che gli ha insegnato l’arte della rilegatura, da Giacomo Tiracchia che esorcizzava la morte coltivando campi di girasoli all’americano Cenzino Sardellone e all’amata Ginetta Petrosemolo, dal cantoniere-poeta Menocchio Benandante a Libbò che sentenziava la vita attraverso i proverbi.
Cogliere la fiamma che alimenta ciascuna esistenza e tramandarla attraverso il filo del racconto, significa tessere la trama di una grande tragedia, rappresentazione di qualcosa che non può essere sciolto; significa anche custodire il fuoco caldo della cura, entrare in quelle ferite irrisolte che spesso aprono le porte alla fragilità, al fallimento, alla disillusione. Tramandare vuol dire soprattutto custodire – anche senza capirlo del tutto – il senso dell’umano. E allora, di fronte alla natura incomprensibile dell’esserci, Rosinello Capobianco attraversa i giorni con il pensiero rivolto ai ricordi, le sole sentinelle che sono rimaste in quel limbo sfumato tra passato, presente e futuro. Attraversare la memoria diventa un atto di ribellione contro la dimenticanza. In fin dei conti, la grande paura che sta dietro la scortanza, la finitudine di ogni esistenza, non è la morte con la sua grande incognita al di là della riva, ma l’oblio che livella ogni traccia sulla terra: “Mi sa che forse la scortanza è proprio quest'aria pesante che s'accascia, mezza morta, su mille pensieri, tutto un teatro astruso che mi recita un girotondo, gira e gira la terra tutti giù per terra, una quadriglia di figure che si fermano e poi ripartono, come le nuvole, il vento, la neve, i cani senza padrone.”
In questo stare, in questo affondare le radici nell’attrito con la realtà, Rosinello si finge – demiurgicamente – folle, sognatore, inventore di storie. Sa cogliere “il profilo delle cose”, i coni d’ombra ma anche gli slanci di luce, i pensieri curvi su sé stessi ma anche le meteore luminose che accendono i sorrisi. Sotto il peso specifico dei giorni che restano, il tempo ne esalta la testimonianza, ne condensa le tracce, ne amplifica i gesti, anche quelli abitudinari che diventano prefigurazione di una attesa durante la quale la resa all’irrimediabile si trasforma in ascolto dell’indicibile. Ed ecco che contare le mattonelle – tre a tre – fin dove la vista compromessa di Rosinello è capace, rimanda a quella frontiera in cui il viaggio sta per comprendere sé stesso: “tre erano i giorni più importanti nella vita di un uomo: il primo quando si nasce, il secondo quando si muore, in mezzo il giorno che si capisce perché si nasce e perché si muore”.
Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo l’affondo nella materia porosa della precarietà, l’ascolto del “silenzio rumoroso dei mezzi matti”, la forza del racconto che tesse il filo invisibile della vita e della sua estensione oltre i confini del dicibile. Con uno stile inconfondibile, efficace, Remo Rapino restituisce al lettore la tempra di una memoria che si fa collettiva nel preparare il bagaglio di un “tempo che ci è toccato in sorte”, una borsa da viaggio con “qualche chilo di parole, qualche virgola per prendere fiato”. Ci restituisce la cifra (semantica) di un “destino che abita la casa comune di tutti gli uomini”, la scortanza.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.