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Fuori copertina: "Il silenzio della neve che cade" di Giovanni Paolone - Video

Da un lato c’è la disumanità della guerra che deturpa il volto dell’innocenza, dall’altro la vulnerabilità che affratella i soldati nella comune malasorte senza distinzione di classe

Giovanni Paolone
Giovanni Paolone
di Valeria Di Felice
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Il silenzio della neve che cade di Giovanni Paolone (Teramo 1983) è una immersione nella quotidianità della trincea, quella soglia estrema dell’esistenza in cui il confine tra la vita e la morte si assottiglia fino a dissolversi nell’angoscia profonda. Il romanzo, edito da Radici Edizioni nel 2024 e vincitore del Premio John Fante Opera Prima l’anno successivo, è un esordio narrativo che intreccia rappresentazioni realistiche a scorci lirici, trovando un equilibrio espressivo che sa scandagliare le declinazioni psicologiche e interiori dei personaggi.

Fotografo di professione, Paolone imprime nella scrittura una posa attenta alla realtà, mettendo a fuoco i dettagli, le tensioni e le inquietudini di una esperienza umana in costante bilico tra la precarietà e il sogno del domani. Ambientato nell’autunno del 1917, sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale, il romanzo si concentra sulle vicissitudini dei fanti Giuseppe, Tanino e Ciaramella, del Tenente (voce narrante) e del Capitano Astolfi.

Già il titolo evoca il tempo della sospensione: la neve, cadendo, dilata la dimensione temporale e restituisce alla realtà la sua cifra di indicibilità, vale a dire quel margine inesprimibile che definisce le forme delle cose. Di fronte alla brutalità e al nonsenso della guerra, il limite tra pensiero e azione si disfa e il silenzio – non quello della riflessione feconda e riconciliatrice – scende sin dentro le rocce delle trincee per farsi mutismo e impotenza: impossibilità di comprensione dell’abuso umano da parte della propaganda della violenza.

Da un lato, c’è la disumanità della guerra che deturpa il volto dell’innocenza; c’è il rapporto simbiotico con una “terra molle che ribolle di sventura”, le rocce, il fango; ci sono la morsa della fame, della sete e del gelo e il tanfo di morte “in un crescendo maestoso e macabro”, con la costante presenza dei topi, dei pidocchi, del fetore delle carcasse e dei cadaveri. Ci sono i “volti irriconoscibili svuotati dentro”, in preda a una insonnia che porta al delirio.

Dall’altro lato, c’è la vulnerabilità che unisce i soldati nella comune malasorte senza distinzione di classe: “Tutti ci assomigliamo e tutti sembriamo avere la stessa voce, afona e triste, come di un coro senz’anima. Topi fra i topi, bestie fra le bestie, poveri cristi con il destino già scritto (…) Che tu sia un operaio, un contadino, o un ingegnere del ministero, si muore tutti allo stesso modo, affratellati in una triste, tragica commedia che è questa guerra di anime erranti.”

Non mancano gli istanti – i barlumi quasi allucinati – di gioia davanti a un accenno di vino, cognac, cioccolata, uva e sigarette: piccoli conforti che in un contesto di totale alienazione rappresentano veri e propri esorcismi dalla paura.

Nella plumbea atmosfera del conflitto, alla quale sembra fare da contraltare un cielo mutevole che accoglie vicendevolmente l’oscurità del temporale o della nuvolaglia e gli sprazzi di sole, i personaggi si muovono in uno stato mentale senza difese emotive verso l’orrore di cui sono testimoni. La loro è una costante contemplazione immersiva in ciò che accade, non trovando parole abbastanza convincenti per spiegare o per legittimare la sequenza di atrocità che si abbatte sulla trincea: “Viste dal di dentro le guerre non sono che interminabili sinfonie stonate e quelli che le combattono mica lo sanno che vuol dire.”

I pensieri si affollano in un tumulto senza tregua, e seguono il ritmo degli attacchi del nemico, le attese nelle pause, i colpi di artiglieria, i corpi spettrali dei compagni di viaggio lasciati in balia degli animali. Tuttavia, la cruda visione delle cose non riesce a spegnere del tutto la speranza di sopravvivenza, l’attaccamento alla vita, quel respiro collettivo che accoglie – in modo disperato o inerme – i pensieri di innocenti, giovani ragazzi chiamati a combattere sul fronte friulano.

Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo innanzitutto l’intenzione di una scrittura limpida, efficace, a tratti lirica senza essere romanticizzata, dentro l’urgenza e il senso tragico di una condizione umana stretta dalla morsa della paura e anche dal bisogno di affratellamento, al di là delle appartenenze sociali. Troviamo l’antiretorica di una realtà restituita senza filtri, senza compiacimenti né enfasi, nella sua estrema e radicale durezza, tuttavia capace di lasciare una possibilità di riconciliazione con il domani.  

 

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.  Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.