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La rubrica

Fuori copertina: Ada d’Adamo - Ventiquattresima puntata

Ada d’Adamo restituisce alla maternità la sua dimensione più complessa, senza filtri e senza l’idealizzazione dei suoi miti fondativi

Ada d’Adamo
Ada d’Adamo
di Valeria Di Felice
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Come d'aria segna l’esordio narrativo di Ada d’Adamo (Ortona 1967 - Roma 2023), scrittrice e danzatrice scomparsa due giorni dopo l’annuncio di essere entrata nella dozzina dello Strega 2023, senza poter assistere alla consacrazione della sua opera come vincitrice del premio.

Accolto e pubblicato da Elliot, questo memoir è una cesoia brutale che recide ogni distanza tra vita e morte, ogni reticenza tra lettore e sofferenza. È l’affondo vivo nel campo minato della disabilità vista dal punto di vista di chi si prende cura: la simbiosi tra i corpi della madre e della figlia, l’incognita soccombente del futuro, il pensiero totalizzante condensato nell’altro, il senso moltiplicatore dell’amore: “Spesso la malattia separa, allontana, distrugge. Qualche volta invece genera, allaccia, moltiplica l’amore.”

La voce narrante, nei panni dell’autrice-protagonista, porta alla luce l’impermanenza di ogni equilibrio segnato dalla malattia, la fatica del corpo, la voragine del dolore, ma anche la spinta alla forza vitale: Ada è una madre che vive accanto a sua figlia Daria, nata con una grave malformazione cerebrale “da inquadrarsi nell’ambito di una oloprosencefalia semilobare”, e lo fa appellandosi all’unica risorsa che sembra sopravvivere alla disperazione, vale a dire l’amore.

Il senso materno di Ada abbraccia Daria nella sua integrità. Insieme abitano il peso e la bellezza di un’esistenza fragile eppure ricca di dettagli, di piccoli traguardi. Insieme sostengono lo sforzo di sentieri impervi, sin dalla nascita di Daria quando a fare irruzione è la paura di una condizione nuova e inattesa come quella della disabilità. E anche dopo, quando ad Ada viene diagnosticato il tumore e il suo corpo diventa più vulnerabile, mettendo in discussione la possibilità dell’accudimento, il suo legame materno resiste intatto, assoluto, oltre la carne e lo sgretolamento di ogni speranza.

Ada d’Adamo restituisce alla maternità la sua dimensione più complessa, senza filtri e senza l’idealizzazione dei suoi miti fondativi. In questa narrazione, l’essere genitore diventa l’espressione di uno sguardo realistico che senza retorica entra nei grandi temi civili e sociali come la difesa dell’aborto come scelta, contro il tarlo accusatorio verso quelle madri che, di fronte alla “vacuità della parola futuro” per i propri figli, hanno deciso di interrompere la gravidanza: “Volevo spezzare la divisione tra buone e cattive madri. Non volevo piegarmi all’ipocrisia, autoincludendomi senza alcun merito nel novero delle donne che avevano abbracciato la croce ed erano citate come esempio di virtù. Io la croce avrei preferito non caricarmela sulle spalle, la virtù non l’avevo scelta. Non mi sentivo, e non mi sentirò mai, una ‘madre coraggio’, e sapevo che solo una mancata diagnosi prenatale mi divideva dal branco di quelle considerate egoiste, infami, omicide.”

La sua scrittura sembra trarre linfa dall’urgenza di una sorta di lettera a metà strada tra confessione e denuncia, rielaborazione e atto d’amore. In ogni pagina la parola è l’incisione ribelle nella materia della banalizzazione, del pregiudizio, dell’indifferenza: “La signora ti guardò – tu eri nel passeggino – e fece una smorfia di disgusto. Questa è la prima mortificazione di cui ho memoria. Veniva da una sconosciuta che aveva incrociato il tuo sguardo sbilenco, la stortura dell’occhio sinistro che converge per sfruttare al meglio il poco residuo visivo.”

Ogni breve capitolo costituisce il tassello di un mosaico emotivo fatto di disincanto e speranza, amarezza e attesa. Frammento dopo frammento, ricordo dopo ricordo, si ricompone un disegno umano profondissimo, immerso nella esperienza della dedizione verso l’altro.

Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo lo sguardo lucido e autentico sulla fragilità umana e anche sulla inadeguatezza della società di fronte alla disabilità e alla sofferenza. Troviamo la confessione viscerale del proprio mondo emotivo ma anche la condivisione di una condizione esistenziale che conosce tutti i volti dell’amore: la cura, il dono, la dedizione, l’esserci con tutto sé stesso nonostante la precarietà del corpo. Troviamo la testimonianza di una storia che quotidianamente indaga il limite umano, e trasforma il dolore in una frontiera di amore perduto e ritrovato.

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.