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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Ottaviano Giannangeli - Undicesima puntata

Il suo lungo percorso poetico più che settantennale è la prova di una dedizione alla parola costantemente tesa tra legame popolare e scavo verticale

Ottaviano Giannangeli
Ottaviano Giannangeli
di Valeria Di Felice
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Pubblicata nel 2017 da Verdone Editore, e destinata ad entrare – o meglio a restare – nel patrimonio letterario abruzzese, è l’opera omnia Quando vivevo sulla terra di Ottaviano Giannangeli (Raiano 1923 – Sulmona 2017), poeta in lingua e in dialetto abruzzese – nelle sue declinazioni regionale, peligna e raianese – che ha saputo condensare nella parola lo slancio della visione e l’urgenza della radice.

Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea prima nei licei e poi all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara, Giannangeli esordisce poco più che ventenne con Ritorni (1944). Il suo percorso poetico più che settantennale (oltre che di narratore, saggista e traduttore) è la prova di una dedizione alla parola costantemente tesa tra legame popolare e scavo verticale. Questa bidimensionalità di sguardo è una delle cifre più caratterizzanti della poetica di Giannangeli: fin da giovane, cerca un dialogo con la quotidianità e un soliloquio intimo con l’universale, attraverso la patina indecifrabile della realtà. Come scrive Benito Sablone (“Gazzetta di Pescara”, 1970), lo spirito lirico di Giannangeli è “diviso tra il terrestre e lo spaziale, la terra degli avi con l’aspro dolore della storia e dell’ignoto sacrificio quotidiano e la speranza di un avvenire”.

Attento “ai problemi della sua gente” alla quale è legato non solo da una questione di nascita ma soprattutto dalla capacità di “forgiare la materia viva”, Giannangeli traccia una impronta poetica che oscilla equamente tra dimensione popolare e dimensione colta: due istanze attraverso le quali riesce a rimanere fedele al suo sguardo indagatore, sia che si tratti di cultura abruzzese, sia che si tratti di esplorazione filosofica sui grandi temi dell’umano. Egli stesso si definisce un “pastore errante che interroga per nome tutte le stelle e le fa parlare” (cfr. Introduzione all’opera omnia).

La produzione dialettale va di pari passo con un’attività di approfondimento sulle tradizioni peligne e abruzzesi, e rispecchia l’intenzione di Giannangeli di riconfondersi con il popolo. Come fa notare Andrea Giampietro – tra gli studiosi più attenti della sua opera – negli Studi di letteratura abruzzese (Menabò 2024), quella di Giannangeli “è una necessità non solo di carattere linguistico ma soprattutto ideologico: la scrittura in dialetto non è la semplice risoluzione di un’anima nutrita da motti e canti popolari ma la consapevolezza che certe cose, certe inclinazioni d’animo, certe condizioni del sentire universale, non possano esprimersi che nella lingua nativa”.

Accanto a questa “poesia di contatto” con la concretezza della sua terra, ne scorre un’altra “raffinata, rarefatta, intima, astratta” (come scrive Giannangeli stesso in appendice alla raccolta del 1985, Poesia come sedativo). In particolare, nelle raccolte Stanze per la giostra dei dischi volanti (1955), Gli isolani terrestri (1958), Un gettone d’esistenza (1970), la matrice intellettuale si affina con senso ironico e analitico verso un piano di indagine che sconfina non tanto nella nostalgia o nella malinconia, quanto nel desiderio di conoscenza.

Anche se la sete conoscitiva, nella maggior parte dei casi, rimane ipotesi o congettura, anche il solo affacciarsi dal balcone dell’essere ripaga del rischio di inettitudine a cui l’uomo sembra rassegnarsi.

Grande lettore e interprete di numerose voci letterarie (dai classici ai conterranei del suo tempo), Ottaviano Giannangeli condensa e rimodula – in misura e toni differenti in base alla fase del suo lungo percorso di scrittore – il motivo carducciano, pascoliano, montaliano, dannunziano, leopardiano. La postura poetica riflette la multiforme declinazione della vena creativa di Giannangeli il quale è capace di scegliere di volta in volta il registro giusto per ogni intuizione, la fisionomia letteraria che meglio esprime la cifra del suo messaggio o della sua intuizione.

La voce poetica si espone con tutta la sua risonanza memoriale di viandante che attraversa il tempo tra le finestre del ricordo e l’indecifrabile, eppure viva, consonanza con il presente. Anche lo spazio dell’io lirico – con la lunghezza d’onda di una ispirazione onnicomprensiva della condizione umana – si estende oltre la superficie porosa delle cose per abbracciare la moltitudine dei luoghi dell’essere. In primis la provincia peligna, che diventa “un piccolo compendio dell’universo” come fa notare Franco Brevini (Le parole perdute. Dialetti e poesia nel nostro secolo, Einaudi 1990). Raiano, il suo paese natale, è il luogo in cui quel legame ombelicale con il senso esistenziale si fa sacro e indissolubile; è la cellula di un corpo poetico capace di accogliere la vastità dei paesaggi emotivi. Giannangeli è “per un verso radicato a un passato fatto di tradizione e anche di provincialità”, come fa notare Giuseppe Rosato (”il Resto del Carlino” 1970), “e per l’altro attratto da un futuro inteso come destino spaziale”.

Quindi, cosa troviamo fuori copertina? Troviamo una antropologia della parola che osserva, coglie, integra il locale con il globale, il puntiforme con l’infinità, la lingua con lo spirito collettivo. Troviamo il riverbero di un’inquietudine sottile e persistente, di un ascolto del sé e dell’altro che a volte rende l’esperienza speranza disattesa di una pienezza che non trova compimento se non nella ricerca dell’origine, laddove l’innocenza e lo stupore dell’infanzia attingono alla falda della vita.

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Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

 

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