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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Antonio Camaioni - Quindicesima puntata

Camaioni torce il collo alla liricità tradizionale per affidarsi nudamente a un linguaggio resistente e temerario

Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Antonio Camaioni - Quindicesima puntata
di Valeria Di Felice
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Una tempra ancora irriducibile a qualsiasi forma di compromesso: con il superfluo, il provincialismo, la ripetibilità. Questa è la cifra del libro Nell’ordine del caos, composto da una breve intervista durante la quale il poeta Antonio Camaioni (Martinsicuro 1949 – Teramo 2025) fa luce su alcuni aspetti importanti della sua poetica; e da una seconda parte che raccoglie una cinquantina di liriche inedite.

Ma chi è Antonio Camaioni? Definito nel 1993 da Giorgio Bàrberi Squarotti come un poeta “radicalmente libero da mode e modi correnti, da categorie e schemi, da abitudini, ripetizioni, dagli opposti conformismi della protesta e dell’idillio”, Camaioni torce il collo alla liricità tradizionale per affidarsi nudamente a un linguaggio resistente e temerario, a un’impronta letteraria disadorna, integra, contratta, in grado di dilatare la forza espressiva della parola e della sua immanenza memoriale.

Testimone inquieto e interprete radicale dell’essere, egli si cala nella fucina della notte per cogliere il rapporto tra la sua corporeità, ridotta spesso a ossame cavo e rosicchiato, e la carne del mondo, dirottata dal vessillo del progresso, in cui l’uomo è solo un “raffinato grado di menzogna”. E se cerchiamo di tendere l’orecchio all’ascolto di un mondo poetico che sembra essere fuori dal tempo, come quello di Antonio Camaioni, allora ci rendiamo conto di quanto risuoni diversa – rispetto al “rumore” dei più – la voce (o sarebbe meglio dire il canto) di una parola in cui l’Uomo e il Poeta coincidono in una sintesi che è essa stessa poesia dell’esserci.

Lo spazio bianco – compagno fedele e necessario della parola – è la trama intessuta di energia oscura (segreta ai più) dalla quale si evolve la parola, quella materia densa e corrosiva che cerca di addentrarsi in una realtà grumosa, labirintica, infernale e celestiale, dannatrice e riparatrice, ostinata nel sospingere il poeta oltre la soglia di un orizzonte pietrificato.

In questa immersione tra le vibrazioni di un sussurrio universale, il poeta si fa garante della purezza (che siano demoni o angeli, luce od oscurità), vale a dire di quello slancio innocente (proprio perché astratto dalla conoscenza) che ci fa tendere verso l’ignoto, e quindi verso la scoperta, l’invenzione (il venire incontro a qualcosa che esiste ma di cui non siamo coscienti). Ed è proprio in questo slancio che risiede la cifra della bellezza: l’intensità con la quale siamo chiamati ad affrontare il nostro viaggio, la capacità di abbandonarsi non passivamente al cammino della conoscenza, il coraggio di porci in ascolto dell’energia fondante dell’universo.

Antonio parla di due tipi di uomini: c’è chi è immobile e chi viaggia, chi è distratto e chi è attento. Il primo è perduto poiché è come se non fosse mai nato. Il secondo è in viaggio, si muove tra i meandri di una curvatura coscienziale che si modifica continuamente e, proprio tra i suoi stessi passi, rischia di inciampare, di cadere, di ridursi sotto il peso della sua stessa creazione: l’ideale moralistico. È quest’ultima forza che crea la colpa e rende il vecchio un uomo in conflitto col suo essere fanciullo. Ed ecco che Eva riassume – con la sua colpa, con la sua religiosità – lo sboccio del genere umano. Con l’umanità viene stuprata l’innocenza, il fanciullo viene dannato al mondo del peccato e consegnato alle metropoli prive di siepi oltre le quali guardare l’infinito, alle selve incolte tra muraglie oscure alla luce della conoscenza.

Ma se con l’uomo nasce anche la lotta tra il vecchio e il fanciullino, il senso di un cammino che procede dalla fonte alla foce di un fiume portatore di una verità, allora anche il destino del singolo uomo riflette il percorso di ripe millenarie di macerie pronte a sgorgare di nuove in superficie laddove le crepe della terra diventano fertili al passaggio della poesia. Ed ecco che la poesia è l’ostia che salva, redime, nutre lo spirito del mondo, laddove l’innocenza del bimbo sopravvive nel vecchio a risanare le radici, a prosciugare la melma, a custodire quella musica che è eco di una Terra Promessa lontana ma non perduta.

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Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo gli ingranaggi cosmici attraverso i quali il genio creativo produce vita e con essa la parola che la nomina, la incide, la rende manifesta. Troviamo l’orizzonte di un passato che sospinge il futuro, l’orizzonte di un cielo che sovrasta la terra, l’orizzonte di uno sguardo che oltrepassa le pupille della realtà. Una poesia che non sarebbe potuta sgorgare se non dalla stremata inquietudine e dalla estenuata sensibilità, dalla grazia ferita e dall’irrequietezza creativa, dalla costante e immanente trepidazione per la “sostanza” e per la “forma”.

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.

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