La rubrica
Fuori copertina: Patrizia Di Donato
di Valeria Di Felice

Ci sono storie che si risolvono compiutamente nelle sue trame e altre che, più sottilmente, aprono la possibilità a più strade, sostando nel territorio dell’indefinito, dell’allusione, della ricerca. Ed è proprio in questo spazio che si collocano i racconti di Massimo Del Pizzo (Francavilla al mare 1954) in Morte del pesce e fine di un amore (Di Felice Edizioni 2023): frammenti e istantanee narrative che trovano nella brevità non tanto un limite quanto una precisa scelta poetica.
Sono testi concepiti come “forme aperte” che non aspirano a ricomporre tutti gli elementi della vicenda, ma che affidano al lettore una materia narrativa da attraversare. Del Pizzo non invita semplicemente a seguire una storia, ma ad abitarne le zone d’ombra, a stabilire connessioni, a formulare ipotesi, a completare ciò che rimane volutamente sospeso.
Il racconto, facendo presa sull’imprevisto, il fantastico e l’assurdo, diventa la voce di ciò che rimane fuori campo, fuori dal consueto, rivelando – paradossalmente – qualcosa che appartiene all’umano. Del Pizzo crea un’architettura narrativa che vive di straniamenti, omissioni, piccoli slittamenti, dettagli che mettono in crisi la percezione abituale delle cose, prendendo le distanze da quella idea didascalica di letteratura che affida alla spiegazione il compito di orientare il lettore anziché alla parola quello di costruire un orizzonte da vivere.
In un’intervista rilasciata qualche anno fa alla rivista online La Fiaccola, Massimo Del Pizzo definiva così il rapporto tra realtà e fantastico nella propria scrittura: «Il mio fantastico è sempre stato un fantastico di confine; cioè ho sempre voluto esplorare, spesso attraverso una prosa poetica, il rapporto fra realtà, mondo onirico e mondo delle pulsioni… realismo e fantastico sono due facce di una stessa medaglia». È una dichiarazione che offre una chiave di lettura particolarmente efficace per accostarsi a Morte del pesce e fine di un amore, perché proprio nella raccolta questa duplice tensione trova una delle sue espressioni più evidenti.
Il fantastico non può essere ricondotto a mera evasione, piuttosto a una zona liminare da abitare nella quale il dato reale si apre all’immaginazione, al sogno, alla memoria, alle pulsioni profonde. Realismo e fantastico non sono pertanto categorie contrapposte, ma due modalità dello sguardo, un doppio binario, in fondo riconducibile a un unico percorso di ricerca, che ritroviamo negli undici testi di Morte del pesce e fine di un amore.
Non è casuale, allora, che il primo racconto, Favoloso viaggio del pellegrino felice, accolga una delle grandi metafore della letteratura di ogni tempo, vale a dire il viaggio inteso come esperienza dell’attraversamento, facendo da contrappunto all’ultimo racconto, La memoria di una viaggiatrice. Entrambi sono accomunati dal filo della memoria, dell’identità, del tempo, in una mappa semantica in cui all’approdo geografico si sostituisce progressivamente la possibilità di abitare pienamente la condizione dell’essere in cammino.
Lo stesso meccanismo opera nel racconto che dà il titolo all’intera raccolta, Morte del pesce e fine di un amore. Qui il lettore è posto di fronte alla morte e all’amore, due dimensioni apparentemente lontane, attorno alle quali si dispiega una rete di opposizioni e corrispondenze: incontro e separazione, presenza e assenza, mare e terra, gioia e dolore. La trama arretra per lasciare spazio alle grandi questioni dell’esistenza, e l’intento autoriale non cade mai nel tranello della dimostrazione filosofica. Semmai affida alla leggerezza della forma, all’eleganza della parola e alla forza evocativa delle immagini il compito di far emergere le domande, qualità dominante anche nella precedente raccolta di racconti Questioni urgenti.
Le “questioni” che attraversavano quei racconti sembrano infatti ritornare qui sotto altre forme, come se facessero parte di una ricerca più ampia e coerente, liberando lo spazio narrativo dall’urgenza della risoluzione. Al centro rimangono la solitudine dell’uomo, la precarietà dei legami, la memoria, il desiderio, il rapporto con il tempo e, soprattutto, la ricerca — consapevole o inconsapevole — di un senso al nostro stare nel mondo.
Quindi, che cosa troviamo fuori copertina? Troviamo la costruzione letteraria di una grande casa dalle molte stanze: in ognuna il lettore è invitato a cogliere una situazione, un personaggio, un’immagine, ma soprattutto una domanda. Può entrare, fermarsi, guardarsi intorno e decidere autonomamente quanto a lungo restare. Troviamo la forza delle parole di continuare a lavorare dentro il lettore, ed è forse questo il segno più autentico di una scrittura riuscita che agisce non solo mentre leggiamo, ma soprattutto quando abbiamo finito di leggere.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice del progetto “Parole che rodono” per la Di Felice Edizioni.
È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.