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La rubrica

Fuori copertina: Patrizia Di Donato

Un archivio mobile di ricordi e l’incessante ricerca delle proprie origini attraverso le tracce di una madre che vuole salvare il figlio dall’orrore dell’antisemitismo

Patrizia Di Donato
Patrizia Di Donato
di Valeria Di Felice
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Ci sono segreti che nascono per amore e che, con il tempo, finiscono per sedimentarsi nella memoria, trasformandosi in tracce silenziose e presenze invisibili. Attorno a essi si organizza l’attesa di una rivelazione tra domande, parole, gesti. E così, mentre si allontanano le risposte, la memoria continua a custodire ciò che il silenzio non è riuscito a cancellare: ogni dettaglio diventa un indizio, ogni ricordo una soglia, ogni parola un possibile varco verso la comprensione di ciò che è stato. È in questa tensione, tra il bisogno di conoscere le proprie radici e la necessità di sopravvivere alla loro sottrazione, che si sostanzia Per amore di Grete, il romanzo postumo di Patrizia Di Donato (Giulianova 1957 – Giulianova 2022), pubblicato da Readaction nel 2023.

Per amore di Grete evoca non solo un mistero da sciogliere, ma anche la condizione di un figlio che porta con sé una lacerazione originaria, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne le ragioni. Il protagonista, Casimiro, ormai novantatreenne, lascia a Lorella, una infermiera in pensione con cui si confidava durante la sua permanenza in una casa di riposo di Londra, un quaderno con la foderina nera e la scritta rossa: “Dentro, mia cara, vi leggerai un segreto, la prova minuscola di una verità confusa per follia.”

Nato dalla presunta relazione tra Margaret Bloch, detta Grete, e lo scrittore praghese Franz Kafka, ancora piccolo Casimiro viene affidato ad altre famiglie e, infine, cresciuto a Londra con il nome di George Smith. Il crescente clima di odio in quasi tutta l’Europa verso gli ebrei porta al precipitare degli eventi e Grete è mossa dall’urgenza di salvare almeno il figlio, nella consapevolezza che il distacco porterà anche il rischio di una dissoluzione definitiva del suo legame materno: “E a questo tu, Grete, pensasti. Cercasti una soluzione fisica, un’arca, una cesta, un agnello immolato al tuo posto.” Ed ecco che a Monaco a soli sette anni Grete inscena la morte di Casimiro il quale, da quel momento, viene affidato – con un altro nome – a Oscar e Madelyn Smith, una benestante coppia inglese.

Tra frammenti di realtà che riaffiorano improvvisi, Casimiro/George attraversa il suo tempo alla ricerca di una identità che possa ricomporne le fratture, le ragioni intime dei legami, i vuoti. Il suo è un viaggio dentro le pieghe di un passato, di uno “spazio anomalo”, che intreccia intensamente le vicende personali con i grandi avvenimenti europei: “Nascevo da inconsapevole. Delle carneficine, delle guerre, delle trattative, delle false promesse, della immoralità avrei capito in seguito, quando il cielo si fece grigio e l’odio coinvolse popoli e popoli, e al mio popolo non restarono che braccia sollevate in segno di resa.”

Il suo “mutismo acquisito”, che non corrisponde a un’incapacità di udire o di pensare, è il segno più evidente di un blocco della parola che preannuncia uno squarcio profondo tra l’esperienza vissuta e la possibilità di darle voce. Nel silenzio di Casimiro si addensano le domande di un’intera esistenza – dolorose e necessarie –, con tutta la difficoltà di abitare una vita quando le radici restano sbiadite e con il bisogno, insieme umano e ineludibile, di comprendere una motivazione del distacco affettiva, prima che biografica: “Ogni ricordo possiede un colore proprio, tranne l’abbandono.” E ancora: “Lei era la mia vera madre ma ha preferito salvarmi e io sono rimasto un uomo a metà, come se la spada fosse precipitata su di me, così ho continuato a vivere, nell’attesa che un intero cadesse fra le nostre braccia.”

È come se il senso di abbandono chiedesse di essere legittimato dall’unica verità capace di restituirgli un significato: quella dell’amore di una madre che con tutta sé stessa cerca di salvare il figlio dalla brutalità delle persecuzioni antisemite. Ed ecco che la sofferenza della separazione si ammorbidisce – senza scomparire del tutto – grazie a una possibilità di comprensione che non assolve il passato, ma ne riscrive le coordinate. Scoprire l’amore che ha nutrito Grete per Casimiro ed entrare dentro il suo tormento di fronte al desiderio di salvarlo dalla minaccia antiebraica, vuol dire aprirsi a una forma di vicinanza astratta, eppure reale.

Il silenzio del figlio e la vicenda della madre si richiamano a distanza, come due linee narrative destinate a convergere: da lato Casimiro/George attraversa l’esistenza senza sciogliere il nodo della propria identità; dall’altra, Grete continua a custodire responsabilmente il legame con il figlio, seguendone la crescita attraverso una corrispondenza segreta con le famiglie affidatarie. Le lettere diventano così la testimonianza di una maternità che rende l’assenza il più alto e doloroso segno di protezione verso la creatura più amata: il figlio. Altre lettere – scoperte alla fine del viaggio retrospettivo di Casimirro/George, ormai più che novantenne – saranno tasselli di un mosaico che lo aiuteranno a riconciliarsi con il suo percorso.

Che cosa troviamo fuori copertina? Troviamo una scrittura che sa misurarsi con lo spazio articolato della separazione senza banalizzare l’amore: l’amore – lungi dall’essere una forza astratta – si confronta con le circostanze storiche fino a tradursi talvolta in rinuncia e a lasciare dietro di sé ferite che il tempo non sempre riesce a rimarginare. La bellezza di questo romanzo risiede nel continuo evolversi della coscienza critica del protagonista, in quella complessità intessuta di memoria e oblio, di appartenenza e distacco, che rende ogni piccolo passo verso la chiarezza una conquista del sé.

La dimensione lirica del romanzo dà voce a ciò che la cronaca dei fatti, da sola, non potrebbe restituire: la risonanza intima degli eventi – un archivio mobile di ricordi – e l’incessante ricerca delle proprie origini attraverso le tracce dell’amore di una madre alla quale è toccata la tragica sorte (o scelta) di salvare il figlio dalla morte nell’incertezza di una lontananza sempre più incolmabile.

La video recensione

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice del progetto “Parole che rodono” per la Di Felice Edizioni.

È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.