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L'intervista

Stefano Bonaccini: «Aiutare le famiglie, così si vince la politica»

Il presidente del Pd continua a battersi per asili e istruzione

Stefano Bonaccini, 59 anni
Stefano Bonaccini, 59 anni
di Manila Alfano
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 Arriva trafelato dall’inaugurazione dell’ultimo polo scolastico a Rovereto sulla Secchia, frazione da tremilacinquecento abitanti nella frazione di Novi di Modena.Il territorio: entrarci e conoscerlo fin nelle viscere è il punto di forza di Stefano Bonaccini, ex governatore dell’Emilia Romagna, riconosciuto anche dalla destra; l’altro è il carattere: temperante a costo di sembrare appiattito su quella sinistra radicale; proprio lui che avrebbe dovuto incarnare l’alternativa riformista. In una giornata ghiacciata sorride dietro ai suoi occhiali a goccia, simbolo, insieme alla barba hypster, della più riuscita trasformazione giovanilistica che si ricordi in politica. «L’inaugurazione è stata l’ultima che faceva parte del piano di ricostruzione del terremoto del 2012. Un’impresa grandiosa che ci ha riconosciuto anche il presidente Mattarella».

Poi si corregge per non sembrare quello che più di tutto non vuole essere: uno con l’aria da supereroe. Presidente del Partito Democratico, europarlamentare con il sogno di ricomporre un partito dall’anima unita e le politiche nel 2027nel cassetto del prossimo futuro. «Penso che mi chiederanno di candidarmi».Come un giocatore di curling si è assegnato una sfida olimpionica: spianare la strada alle tante anime del Pd per farle convergere in un’unica meta. «Ci troveremo tutti il 31 gennaio a Napoli. Manfredi, De Caro, Gualtieri, De Pascale, Elly, per definire una road map sui temi come sicurezza, partite iva, lavoro autonomo, il partito ancora troppo debole al Nord».

Restiamo uniti va sussurrando a tutti. Le liti stancano. Si ma gli altri? «La forza del Pd è negli amministratori locali e nell’unità». E lui il territorio non lo ha mai abbandonato. Con i fondi europei sta aprendo asili nido nelle comunità montane. «Per combattere la piaga della denatalità bisogna prevedere strutture, servizi. Bisogna investire sui giovani a partire dalle proposte concrete. L’inglese già a partire dai nidi come sto facendo perché si è capito che da zero a sei anni i bambini hanno una facilità di apprendere le lingue che non è paragonabile agli anni successivi, e le richieste dei genitori fioccano». Idee concrete e semplici, che però disegnano strategie, prospettive in una Regione in cui i giovani non solo non fuggono ma arrivano per restare, per creare una famiglia. Compresa sua figlia, Virginia, doppia laurea, l’ultima all’estero e poi rientrata e diventata mamma da poco di Carolina.

Da nonno come è cambiata la prospettiva?

«Diciamo che sento ancora più responsabilità verso non solo le mie figlie, ma anche verso Carolina, che ha appena compiuto due anni, rispetto a quale mondo lasceremo loro e ai loro coetanei. In ogni caso essere nonno è una soddisfazione straordinaria. E spero le mie figlie mi diano l’opportunità di esserlo anche di altre nipotine o nipotini nei prossimi anni».

Ha più paure sul futuro?

«Come si fa a non essere preoccupati? Indipendentemente dall’essere o meno genitori o nonni, intendo. Ciò che sta accendendo nel mondo sta togliendoci certezze che, non solo io ma tanti, pensavamo di non dover commentare nel corso della nostra vita: chi avrebbe mai immaginato ad esempio che un Presidente degli Stati Uniti lavorasse per indebolire e dividere l’Europa, invece che rafforzarne il Patto Atlantico? Oppure, visto che appartengo alla prima generazione che è cresciuta con il privilegio di non conoscere la guerra nel territorio europeo, chi avrebbe mai immaginato una guerra così vicina, come quella che da tre anni si combatte per responsabilità russe, in Ucraina?».

Teme una guerra in Europa?

«Fino a poco tempo fa le avrei detto di no con estrema sicurezza e vorrei continuare a dirle che la escludo anche in futuro.  

«Ma perché ciò avvenga serve una Unione Europea che allora diventi protagonista perché più unita e con una sola politica estera e si arrivi il prima possibile alla difesa comune europea, come elemento di deterrenza per garantire la pace a tutti noi e in futuro a figli e nipoti».

Che misure ci sono in aiuto alle famiglie in Italia?

«Esistono alcune misure importanti, ma ancora insufficienti rispetto al costo della vita e alle difficoltà reali delle famiglie. Anche noi quando governavamo a livello nazionale abbiamo fatto troppo poco. Il pilastro principale è l’Assegno Unico e Universale, che ha avuto il merito di rendere il sostegno più semplice e universale e garantire un aiuto stabile per ogni figlio. Accanto a questo, il Bonus Nido, detrazioni fiscali per spese scolastiche e familiari, congedi parentali, migliorati negli ultimi anni ma ancora poco retribuiti. Tuttavia, queste misure da sole non bastano».

E in Europa?

«Mette a disposizione nella programmazione dei fondi settennali destinati alle regioni parecchie risorse, in particolare col Fondo Sociale Europeo. Non a caso quando ero presidente di Regione decidemmo di investirli ad esempio, per sostenere la gratuità (primo caso in italia) di tutti gli asili nido nei comuni montani e delle aree interne, così come a tutti gli altri comuni, dunque anche quelli di pianura. Dalla regione Emilia-Romagna arrivano ai comuni oltre 5000 euro per ogni nuovo posto di asilo nido creato. Non a caso siamo la regione con il più alto tasso di lavoro femminile. Così come siamo una delle pochissime regioni che continua ad aumentare gli abitanti, nonostante la denatalità».

Cosa bisognerebbe fare per contrastare la denatalità?

«Rischiamo di essere il primo Paese al mondo con più pensionati che lavoratori attivi. A rischio le grandi conquiste delle democrazie liberali europee nel ‘900 e cioè la pensione per tutti, la scuola e la sanità pubbliche. Serve lavoro stabile e di qualità, soprattutto per giovani e donne; servizi educativi accessibili; condivisione della cura, non scaricata solo sulle madri. Ed è esattamente su questo terreno che l’Emilia-Romagna ha scelto di investire: per politiche che cambiano la vita quotidiana delle famiglie».

Sul tema della famiglia e i diritti civili il Pd esprime posizioni diametralmente diverse, dove è possibile trovare un punto di equilibrio?

«Il punto di equilibrio non si trova contrapponendo modelli ideologici, ma mettendo al centro i bambini, garantire diritti, tutele e opportunità uguali, indipendentemente dalla famiglia in cui crescono; sostenere tutte le famiglie che si prendono cura di loro e superare contrapposizioni sterili tra "famiglia" e "diritti civili".

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