Serie D
Il Teramo sbanca Castelfidardo: la grande festa sotto la curva ospiti
di Jacopo Forcella

TERAMO. Si è conclusa con la commissione vigilanza la questione relativa alle assunzioni dei 14 (a oggi 13) operai di categoria A in Provincia di Teramo. Assunzioni fatte attingendo dalla graduatoria di Valle Castellana. L'unico Comune in provincia di Teramo ad aver indetto il bando pochi mesi prima e ad avere quindi una graduatoria attiva. Ieri mattina, venerdì 9 gennaio, il Presidente della Provincia, Camillo D'Angelo, ha tenuto una conferenza stampa, prima della commissione a cui non si è presentato.
Nel tentativo di difendere l’operato dell’ente, D’Angelo ha imboccato una strada antica quanto il mondo: quella del così fanno tutti. «Allora bisogna controllare tutti i concorsi di tutti gli enti», ha detto, «anche quelli di altri partiti, anche quelli di Fratelli d’Italia». Un’argomentazione che ricorda quell'istinto infantile che da bambini sintetizzavamo con un lapidario “specchio riflesso”: se lo fanno tutti, allora va bene.
Una logica che Machiavelli avrebbe riconosciuto subito come fragile, perché confonde la diffusione di un vizio con la sua legittimazione.
Forse il presidente, personaggio pubblico di primo pelo, con una lunga esperienza politica confinata a Valle Castellana e un recente approdo nel capoluogo, ignora — o finge di ignorare — che la stampa locale si occupa di concorsi, assunzioni e cortocircuiti di potere da decenni. Ben prima che lui varcasse le soglie della politica attiva. Concorsi controversi al Comune di Teramo durante la giunta Brucchi, assunzioni discusse in Asl, all’Izs, in Teramo Ambiente; assessori che finanziano associazioni di cui sono soci; scambi di favori tra enti; consiglieri che transitano da un incarico all’altro come in un gioco di porte girevoli. Un archivio sterminato, consultabile liberamente nell'immenso e immortalato mondo di internet.
Eppure, per il presidente, il problema non è il sistema: è chi lo racconta. Se si scrive della Provincia, allora la stampa è pagata, eterodiretta, priva di competenze. È una reazione tipica di chi, come l’Icaro del mito, ha appena preso quota e scambia l’altezza per immortalità, dimenticando che il sole del potere scioglie in fretta la cera dell’autocompiacimento.
D’Angelo ha definito “vergognoso” pubblicare i nomi degli assunti. Come se si stesse parlando di un turno di cassieri in un supermercato. I nomi, invece, sono pubblici, pubblicati all’albo pretorio, e soprattutto sono il cuore della notizia. Perché il problema non è un nome, ma la sequenza dei nomi. Quando il nome del vicesindaco di Roseto si affianca a quello di un’ex candidata nelle liste dello stesso D’Angelo, a quello della sorella di una consigliera provinciale, al figlio di un ex assessore di Valle Castellana, al figlio di un ex sindaco di Castilenti, alla moglie di un ex consigliere e magari anche a un parente diretto dello stesso presidente, allora non siamo più nel campo delle coincidenze. Siamo nel campo del sistema, quella ragnatela di relazioni che la letteratura conosce bene e che Balzac descriveva come il vero motore del potere.
Colpisce, infine, il silenzio ovattato che prova a emergere in separata sede e che arriva dal Partito Democratico e dalla segretaria Pamela Roncone, ancora impegnata in una difesa che sa di fascinazione. Come chi, abbagliato dalla pentola d'oro promessa alla fine dell’arcobaleno, continua a credere che valga la pena seguire il carro anche quando le ruote scricchiolano. È la logica del cortigiano, ben nota alla storia: servire oggi, sperando di essere ricompensati domani. Anche a costo di vendere, come nel Faust di Goethe, un pezzo della propria anima in cambio di un’illusione di potere.
Comprendiamo l’ambizione, il desiderio di entrare in un ente pubblico, l’attrazione esercitata dai palazzi istituzionali e dalle stanze che contano.
Ma alla fine, la linea di confine resta sempre la stessa, è antica: c’è chi sceglie di raccontare il potere e chi sceglie di servirlo. La differenza non sta nel ruolo, ma nell’animus. Gli illuministi sostenevano che il potere teme una sola cosa: non la protesta, ma la conoscenza. Per questo, quando i nomi danno fastidio e le domande vengono bollate come ostilità, non siamo davanti a un eccesso di critica, ma a un deficit di cultura istituzionale. Perché un potere che non tollera lo sguardo pubblico non è forte: è solo insicuro.