L'ordinanza
Famiglia nel bosco, il tribunale allontana la madre dalla struttura di Vasto dove stava con i figli: interviene il Garante
di Luca Di Renzo

Le più recenti rilevazioni europee sul consumo di sostanze sintetiche restituiscono un quadro che difficilmente può essere letto in chiave rassicurante. L’MDMA, nota anche come ecstasy, non rappresenta più un fenomeno episodico o marginale, ma una presenza strutturata all’interno dei comportamenti di consumo giovanili, in particolare nei contesti ricreativi e sociali.
Il fenomeno
Secondo le indagini condotte tra il 2015 e il 2023 in 26 Paesi dell’Unione europea, oltre due milioni di giovani adulti tra i 15 e i 34 anni dichiarano di averne fatto uso almeno una volta nell’arco di dodici mesi. La prevalenza stimata, pari a circa il 2,2%, mostra una sostanziale continuità anche nella fascia più giovane, tra i 15 e i 24 anni, indicando una diffusione che attraversa in modo omogeneo le diverse classi d’età. Nei tredici Stati membri che hanno fornito dati aggiornati a partire dal 2021, quasi un terzo registra un aumento dei consumi rispetto alle rilevazioni precedenti, mentre negli altri il quadro resta stabile, senza evidenti segnali di flessione.
A questi numeri si affianca un crescente interesse scientifico per gli effetti della sostanza sul piano neuropsicologico. L’MDMA è nota per la sua azione sui processi cognitivi, sull’umore e sulla memoria, con possibili conseguenze che includono stati ansiosi, alterazioni percettive e modificazioni del comportamento emotivo. La capacità di indurre sensazioni di empatia, apertura emotiva e vicinanza interpersonale rappresenta uno degli elementi che ne favoriscono la diffusione, soprattutto tra i più giovani, rendendola particolarmente attrattiva in ambienti di aggregazione e svago.
Il racconto di una mamma
A rendere ancora più evidente la distanza tra percezione sociale e impatto reale del fenomeno sono alcune testimonianze emerse negli ultimi mesi attraverso i social network. Tra queste, il racconto di una madre residente in Abruzzo, che ha scelto di condividere pubblicamente la propria esperienza nel tentativo di sensibilizzare altre famiglie. La donna riferisce di aver trovato nella stanza del figlio alcune pasticche di colore acceso, destinate — secondo quanto emerso successivamente — a un utilizzo collettivo nel fine settimana all’interno di un gruppo di coetanei. Nel suo racconto, la madre descrive una reazione iniziale di forte tensione all’interno del nucleo familiare, seguita da un tentativo di dialogo volto a spiegare i rischi e le possibili conseguenze neurologiche legate all’assunzione della sostanza. Il giovane avrebbe dichiarato di aver acquistato le pasticche nei pressi di un locale e di essere stato incaricato di custodirle per conto del gruppo, come parte di una dinamica di condivisione sempre più frequente nei contesti ricreativi giovanili.
La donna sottolinea come il figlio non presentasse segnali evidenti di disagio: buon rendimento scolastico, comportamento corretto e inserimento regolare nei diversi contesti sociali. Proprio questo elemento, evidenzia, rende il fenomeno particolarmente insidioso, perché capace di attraversare ambienti familiari apparentemente lontani dalle dinamiche del consumo di sostanze.
Nel suo appello invita i genitori a non abbassare la soglia di attenzione, ricordando che le droghe sintetiche possono assumere forme diverse ma producono conseguenze che ricadono tanto sugli assuntori quanto sulle loro famiglie.
Inserita accanto ai dati epidemiologici e alle analisi neuroscientifiche, questa testimonianza contribuisce a delineare un quadro più ampio e complesso. Un fenomeno che continua a crescere in modo silenzioso, sospeso tra normalizzazione sociale, conoscenze scientifiche ancora incomplete e un impatto umano che spesso emerge solo quando entra, improvvisamente, nelle case.