Il personaggio
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di Antonio Monda

MADRID. Maurizio Di Ubaldo non è l’emigrante convenzionale. Non ha fatto le valigie ed è partito per necessità; neanche le ha fatte per amore. O, almeno, come confessa, non solo per quello. E poi non ha scelto l’estero per spirito di avventura. E allora? Lasciamo che sia lui stesso a spiegarcelo.
– Non c’è un motivo in particolare o, meglio, non c’è un solo motivo. Certo, potrei dire d’essere emigrato per amore: nel ’90 conobbi quella che è attualmente mia moglie. Ma non fu così, almeno non del tutto. La verità è che la vita di provincia, Teramo mi erano strette.
Di Ubaldo, come confessa, problemi economici non ne aveva. Nato a Sant’Omero, la sua era una famiglia di imprenditori assai nota nella provincia di Teramo, in quanto molto attiva nel settore automobilistico. Si sarebbe potuto integrare, senza problemi, nell’azienda. E, invece, no.
– In Italia – racconta -, già mi dedicavo all’esercizio dell’avvocatura. Mi resi conto ben presto, però, che a Teramo non esistevano le condizioni per fare quel salto qualitativo a cui ambivo. Non posso dire che venni in Spagna senza “paracadute”. Anche così, non fu facile. Per me era una sfida sia personale, sia professionale.
Giunto a Madrid nel 94, tornò a studiare fino a conseguire il titolo accademico in Giurisprudenza. Fu il primo avvocato italiano ad ottenere il titolo di legale in Spagna. Fu anche il primo italiano ad iscriversi all’Albo degli avvocati di Madrid. Ed ancora, il suo fu il primo studio legale italiano specializzato in Diritto Societario Internazionale. Era la fine degli anni ’90, e la Spagna non era ancora quella dei nostri giorni.
– Ho lasciato l’Abruzzo, ma l’ho sempre nel cuore – afferma –. Ho avuto la fortuna di partecipare attivamente alla vita di enti privati e associazioni a Madrid. Oggi, quelle che più mi stanno a cuore sono l‘Ente Gestore della Scuola Materna italiana, e l’Associazione Regionale Casa Abruzzo. Sono il presidente di entrambe.
– Com’era la Spagna degli anni ’90?
– Non certo quella dei nostri giorni– spiega –. Nel ’94 si parlava della Spagna come di un’economia in crescita. In realtà, non era così, non ancora. Fu nel ‘96, con l’avvicendamento tra Felipe González e José María Aznar che avvenne un cambio epocale.
– Com’era la Madrid di allora?
– Per quel che riguarda i servizi pubblici e l’accesso alla burocrazia, era una città con standard molto al di sopra di quelli italiani.
Commenta che “la qualità di vita a Madrid, come nel resto del Paese, è sempre stata molto alta”.
– Certo – precisa –, trent’anni fa la capitale non era la città cosmopolita odierna. Madrid, oggi, come Londra o Parigi, è una città aperta, multiculturale. Nel ’94, non era così. Già c’era una grossa emigrazione latino-americana, è vero, ma non la varietà di nazioni dei nostri giorni. Si viveva bene e la vita costava molto meno.
– E gli italiani?
– Gli italiani… – indugia –. C’è una differenza fondamentale, ma l’ho notata solo dopo anni. Nel ’94 eravamo una comunità costituita essenzialmente da professionisti, impiegati nelle varie società private o banche italiane. Allora, in Spagna, c’erano gli uffici di praticamente tutte le banche e istituzioni finanziarie. C’era la Banca Nazionale, c’era la Banca Popolare di Milano, c’era la Cassa di Risparmio di Genova e via di seguito. La nostra Camera di Commercio Italiana faceva da fulcro. Non c’erano, come ci sono ora, tutte queste piccole e medie imprese, soprattutto nel settore della ristorazione. Allora era quasi come un club.
Ricorda che s’incontrava “sempre con le stesse persone che erano, poi, quelle che frequentavano l’Ambasciata, il Consolato, l’Istituto Italiano di Cultura”.
– Non so quanti fossero gli italiani a Madrid – prosegue –, ma quelli che io frequentavo erano sempre gli stessi. Oggi, è molto diverso, a cominciare dalla nostra Ambasciata che è molto più aperta e si occupa di tante altre cose e dal Consolato che non è più una semplice Cancelleria Consolare. Devo riconoscere che la Spagna mi ha accolto molto bene.
La Lontananza
“La lontananza, sai, è come il vento: spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi”. Queste parole, di una nota canzone dei Domenico Modugno, calzano alla perfezione per illustrare i sentimenti che uniscono Di Ubaldo al suo Abruzzo. Alla domanda di cosa gli manchi della sua regione risponde:
– L’Abruzzo, come ti ho detto, l’ho sempre nel cuore. Cosa mi manca? La famiglia e gli amici. Sono sempre stato dell’idea che la vera amicizia si stringe negli anni dell’adolescenza, tra i banchi di scuola, nelle stradine del paese, con i segreti comuni e con i momenti di grande allegria o tristezza che si condividono. Mi manca lo stile di vita, che oggi non è sicuramente quello dei miei ricordi. Comunque, mi considero fortunato perché torno spesso in Abruzzo sia per lavoro, sia per la famiglia. Prima, forse perché assorto in tante altre cose, la mia terra non mi mancava tanto.
– Quindi, coltivi due amori. Quando sei in Spagna cosa ti manca dell’Italia, provi nostalgia?
– Nostalgia? No, nessuna – confessa –. Non credo che tornerò a viverci. Almeno per il momento non è nei miei programmi. No. Ho una famiglia numerosa: ho figli a Dublino, in America e in Spagna. Ci sono poi i nipotini. La mia vita, ormai, è qua. Certo, devo dire che l’Associazione Casa Abruzzo mi ha permesso di riallacciare vincoli che avevo trascurato o che, per legge di vita, avevo smarrito. Tutto questo permette di non avere nostalgie.
– … e quando stai in Italia, quali sono i tuoi sentimenti nei confronti della Spagna?
– In Spagna sto senza dubbio bene. A volte vedo l’Italia e mi piange il cuore. Mi dispiace dover rendere atto di situazioni che si protraggono nel tempo senza che si riesca a trovare una soluzione. Parlo del territorio, del trasporto pubblico, dei servizi. Non mi riferisco a Roma, che è un caso unico, una città con le sue peculiarità. Parlo in generale.
Riconosce che “si ha cura del territorio” ma, precisa, “non nella maniera né con l’intensità con cui si dovrebbe”.
– I nostri paesetti, le nostre colline, le nostre montagne sono spesso foto sbiadite. Negli ultimi dieci anni nulla è cambiato; eppure, l’Italia è tra le prime sette nazioni più industrializzate al mondo. Non so, sicuramente ci sarà la volontà di fare ma poi non si riesce a concludere.
Casa Abruzzo
L’Associazione Regionale Casa Abruzzo è tra le ultime arrivate. Fondata nel 2024, si è subito proposta come un punto d’incontro, come un importante centro di aggregazione per i tanti abruzzesi in Spagna. In appena due anni, è diventata uno strumento di promozione economica e culturale. È con ben giustificata ragione che Di Ubaldo si sofferma sull’argomento.
– Casa Abruzzo – ci dice – è nata da una riflessione esposta involontariamente a voce alta e in presenza di Annarita Della Penna. Detto e fatto. Lo sai bene perché la “Voce” ci è stata accanto fin dal primo momento.
Confessa che non avrebbe mai immaginato che, già al secondo anno di vita, riuscisse “a guadagnare la fiducia della Regione che ha sostenuto con forza un nostro progetto economico e culturale che ha portato alla ribalta l’Abruzzo e gli abruzzesi in Spagna”. Una fiducia che, è il caso di sottolinearlo, non è stata tradita. Lo testimoniano le tante attività imprenditoriali e culturali svolte in tutti questi mesi.
L’Associazione Regionale Casa Abruzzo ha già quasi un centinaio di soci e antenne un po’ ovunque, nella penisola iberica. Un successo che Di Ubaldo attribuisce senza dubbio ad un lavoro di squadra ma, soprattutto, alla caparbietà, all’impegno e alla capacità di organizzazione di Annarita Della Penna.
La Scuola Materna
L’emigrante italiano, ma forse è questa una caratteristica intrinseca in tutti gli immigranti, non è solo un instancabile lavoratore ma anche un vulcano di idee, progetti e sogni. È per questo che la domanda diventa inevitabile:
– Come vedi il tuo futuro? O meglio, ti vedi un giorno a casa in pantofole…
Sorride. La sua risposta è il riflesso di una vita dedicata alla giurisprudenza.
– Nell’ambito dell’avvocatura – commenta – si dice che sono i clienti che mandano in pensione gli avvocati. Quando non ne hai più, devi logicamente ritirarti. Non penso di arrivare a questi estremi. Ormai i figli sono grandi e ognuno ha la sua vita. A settant’anni sei ancora nel pieno della vita. Io ora ne ho sessantasei. Penso di cominciare a lasciare tra quattro anni. Oggi, lo dico con tutta serenità, i giovani spingono forte e l’evoluzione della tecnologia è sempre più veloce. Faccio fatica ad adattarmi. Penso di dedicarmi di più alla famiglia, alla “Scuola materna”, a “Casa Abruzzo” e all’associazionismo in generale. Mi è sempre piaciuto stare all’interno degli enti.
In effetti, prima di fondare “Casa Abruzzo”, di cui è presidente, Di Ubaldo è stato vicepresidente e consigliere sia della Società Italiana di Beneficenza, oggi “Solidarietà Italiana”, sia della Camera di Commercio per la Spagna. È presidente, dal 2015, dell’”Ente Gestore della Scuola Materna”.
– Prima – afferma riferendosi alla “Scuola Materna” – ne ero stato vicepresidente e, prima ancora, consigliere. La scuola materna per me rappresenta il nostro passato e, soprattutto, il nostro futuro. Abbiamo iscritti attualmente 120 bambini. Quando li vedi ti dimentichi di ogni problema. La Scuola Materna è diventata parte della mia vita. In questi ultimi anni, dal Covid ad oggi, abbiamo dovuto affrontare alcune difficoltà. La scuola materna richiede un grosso impegno da parte di tutti: da parte delle maestre e dal resto del personale. Devo riconoscere che negli ultimi tempi Ambasciata e Consolato sono molto più attenti alle esigenze della scuola. I segnali sono buoni.
Di Ubaldo non vuole dare per conclusa questa conversazione senza un riconoscimento al Comites che, ritiene, responsabile della crescita esponenziale dell’associazionismo.
– Quando arrivai c’era, credo, solo l’Associazione dei piemontesi – commenta -. Ora ci sono le condizioni affinché, in Spagna, siano rappresentate tutte o quasi tutte le nostre realtà regionali. Se ne sente il bisogno. La Spagna è un paese molto vicino geograficamente all’Italia, se hai nostalgia prendi l’aereo e torni a casa un fine settimana. Credo che il fiorire di tante associazioni regionali sia dovuto alla volontà, alla necessità di riaffermare le proprie origini, le proprie radici E questo, secondo me, si deve anche al lavoro fatto dal Comites di Madrid, presieduto da Andrea Lazzari.