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L'intervento

Morte dopo il fermo a Bologna, parla l'ex istruttore della Polizia Davide Pandoli

Pandoli: «Con un soggetto in stato psico-fisico alterato il contenimento a terra garantisce la massima sicurezza, ma dopo l'ammanettamento va messo seduto o in piedi»

Davide Pandoli
Davide Pandoli
di Tito Di Persio
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La morte di Abderrahim, il cittadino tunisino deceduto a Bologna dopo un intervento delle forze dell'ordine, continua ad alimentare il dibattito sulle modalità operative utilizzate durante i fermi e sulle tecniche di contenimento adottate dagli agenti.

A intervenire sulla vicenda, con un'analisi tecnica, è Davide Pandoli, originario di Giulianova ed ex istruttore di tecniche operative e difesa personale della Polizia di Stato, che ha illustrato procedure, protocolli e criticità legate alle fasi più delicate di un arresto o di un fermo. Al centro del confronto c'è la cosiddetta posizione "ventre a terra", utilizzata dagli operatori per immobilizzare una persona particolarmente aggressiva o non collaborativa.

«È la posizione corretta e più sicura per gli operatori per gestire una persona non collaborativa che dà in escandescenze», ha spiegato Pandoli.

Illustrando la tecnica, l'ex istruttore ha aggiunto: «Consiste nello sbilanciamento, nella stabilizzazione a terra e nell'ammanettamento dietro la schiena. L'immobilizzazione avviene attraverso il peso controllato dell'operatore: le linee guida prevedono di posizionarsi sul lato destro del fermato facendo pressione con il ginocchio destro nel punto in cui finisce la cervicale e con il sinistro sulla scapola».

Pandoli ha quindi precisato un aspetto fondamentale della procedura: nei confronti di un soggetto con uno stato psico-fisico alterato, il contenimento a terra rappresenta la condizione di massima sicurezza per gli operatori durante le fasi dell'ammanettamento. Una volta completata la procedura, però, la persona dovrebbe essere riportata in una posizione seduta o in piedi, anche in considerazione delle possibili difficoltà respiratorie.

Sul possibile uso della forza, Pandoli ha precisato: «Nel caso di un soggetto molto violento è consentito percuotere la persona, senza arrecare troppo danno, per portarla a terra».

Uno dei punti più discussi riguarda il tempo massimo in cui una persona può rimanere in posizione prona. «Fino a quando non si riesce ad ammanettarla. Dopo aver inserito la prima manetta un secondo agente deve accompagnare l'altro braccio ma se è sotto al corpo e la persona è agitata, non è un'operazione semplice, si rischia di lussargli una spalla. In alcuni casi possono essere usate anche le fascette per bloccare le caviglie», ha spiegato.

Particolare attenzione anche all'utilizzo dello spray al peperoncino. «Il protocollo dice che se viene utilizzato l'Oleoresin Capsicum i due agenti devono procedere all'ammanettamento in piedi, perché lo spray rende difficoltosa la respirazione e la posizione ventre a terra potrebbe essere pericolosa».

Una posizione che, secondo l'ex istruttore, può effettivamente creare difficoltà respiratorie: «L'hanno provata su di me durante una simulazione, la difficoltà di respirazione si sente».

Pandoli ha poi affrontato il rapporto tra forze dell'ordine e personale sanitario durante un intervento: «Gli operatori del 118 possono intervenire solo quando la persona fermata è stata messa in sicurezza. Le forze dell'ordine sono responsabili dell'incolumità dei medici».

Rispondendo alla possibilità di interrompere il contenimento davanti alle richieste di aiuto del fermato, ha aggiunto: «Come si fa a credere? Mi è successo di aver liberato dalle manette una persona che diceva che gli facevano male e ha spaccato il setto nasale a un collega».

Sul caso resta ora il lavoro degli inquirenti, chiamati a ricostruire ogni fase dell'intervento e ad accertare eventuali responsabilità, mentre il dibattito sulle tecniche operative delle forze dell'ordine continua ad animare il confronto pubblico.