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La vicenda

Montorio, falce e martello rimossa dal lungofiume: il Pci chiede gli atti e sollecita la Soprintenza

Non si contestano le esigenze di sicurezza che hanno determinato l’intervento ma si pensa a condizioni e custodia del manufatto

Montorio, falce e martello rimossa dal lungofiume: il Pci chiede gli atti e sollecita la Soprintenza
di Tito Di Persio
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MONTORIO AL VOMANO. Non si chiude con la rimozione dal muraglione del lungofiume Vomano la vicenda della storica falce e martello. Il Partito Comunista Italiano Abruzzo ha deciso di portare formalmente la questione all’attenzione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo e, contemporaneamente, ha presentato al Comune di Montorio al Vomano un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere tutta la documentazione relativa all’intervento.

Al centro della richiesta ci sono gli atti che hanno portato alla rimozione, le condizioni del manufatto, la sua attuale custodia, ma soprattutto le interlocuzioni che, secondo quanto riportato nell’ordinanza sindacale, sarebbero già intercorse con la Soprintendenza.

L’iniziativa porta la firma di Marco Uccelli, segretario regionale del PCI Abruzzo, che ha inviato una segnalazione urgente chiedendo alla Soprintendenza di verificare l’eventuale interesse storico e demoetnoantropologico del manufatto e di chiarire quale sia stato il proprio ruolo nella vicenda.

Il PCI precisa di non voler contestare le esigenze di sicurezza che hanno determinato l’intervento dell’amministrazione comunale. La richiesta è che tali esigenze vengano conciliate con la conservazione di quello che viene considerato un elemento della memoria politica, sociale e del lavoro della comunità montoriese.

La rimozione era stata disposta il 19 agosto dal sindaco di Montorio al Vomano con un’ordinanza urgente inserita nel quadro degli interventi di sicurezza e di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico lungo il Vomano. Nel provvedimento, secondo i passaggi resi pubblici, vengono richiamate le condizioni del manufatto, caratterizzato da fenomeni di ossidazione e degrado, oltre alla presenza di ancoraggi ritenuti artigianali. Il Comune avrebbe inoltre rilevato un rischio di distacco, disponendo quindi la rimozione per ragioni di sicurezza.

La stessa ordinanza, però, prevede che la falce e martello venga conservata integralmente in un deposito idoneo, protetto dagli agenti atmosferici e con adeguata tracciabilità. Il provvedimento vieta espressamente la distruzione, lo smaltimento, la cessione, la modificazione, l’alienazione o l’utilizzo del manufatto. Una disposizione che, per il PCI, rappresenta un elemento importante, ma non sufficiente a chiudere la questione.

«Prendiamo atto della conservazione disposta dal Comune – afferma Uccelli –. Ma un deposito non restituisce il manufatto alla comunità. Chiediamo gli atti delle interlocuzioni con la Soprintendenza e un percorso pubblico per restauro e ricollocazione. Sicurezza e memoria devono procedere insieme».

È proprio sulle interlocuzioni con la Soprintendenza che il PCI chiede maggiore trasparenza. Nella segnalazione viene domandato di conoscere, per quanto ostensibile, la natura e l’esito dei sopralluoghi e dei contatti richiamati nell’ordinanza comunale, specificando se da quelle interlocuzioni siano scaturiti pareri, autorizzazioni, prescrizioni o altri atti formali. Un passaggio ritenuto fondamentale per comprendere se e in quale misura l’organo statale di tutela sia stato coinvolto prima della rimozione.

La richiesta al Comune è ancora più articolata. Attraverso l’accesso civico generalizzato, il PCI chiede di poter acquisire l’ordinanza del 19 agosto nella sua versione completa, compresi numero, allegati, attestazione di pubblicazione e gli eventuali atti successivi adottati per la sua esecuzione, integrazione o modifica. Vengono inoltre richieste le relazioni tecniche, i verbali dei sopralluoghi, le fotografie, le eventuali perizie e ogni documento utilizzato per attestare le condizioni di sicurezza del manufatto e del muro sul quale era collocato.

Particolare attenzione viene riservata ai rapporti con la Soprintendenza e con gli uffici del Ministero della Cultura. Il PCI chiede infatti tutte le comunicazioni, comprese PEC, email, note, richieste, verbali, pareri, nulla osta, autorizzazioni, prescrizioni e resoconti di eventuali sopralluoghi, con l’indicazione delle date e dei protocolli. L’obiettivo è ricostruire in modo documentale il percorso che ha preceduto la rimozione.

Non solo. Il partito chiede anche di sapere chi abbia eseguito materialmente l’intervento, quando sia stato effettuato, se esista un verbale di rimozione e consegna e se siano stati predisposti un inventario o una scheda identificativa del manufatto. Richiesta anche la documentazione fotografica relativa alle fasi precedenti, contemporanee e successive all’intervento, oltre all’indicazione precisa del luogo nel quale la falce e martello è stata depositata, delle modalità di trasporto e del soggetto responsabile della custodia.

C’è poi il capitolo relativo al futuro del manufatto. Il PCI vuole conoscere se esistano già decisioni, progetti, preventivi o cronoprogrammi per la conservazione, il restauro e la ricollocazione. L’istanza chiede inoltre di rendere note le valutazioni dell’amministrazione sulle modalità con cui il manufatto potrà eventualmente tornare nel luogo nel quale è rimasto per decenni, naturalmente attraverso soluzioni tecniche in grado di garantirne la sicurezza.

Nella segnalazione alla Soprintendenza viene posto anche un problema di natura storico-culturale. Il PCI ritiene che il manufatto possa presentare un possibile interesse storico e demoetnoantropologico, richiamando gli articoli 10 e seguenti del decreto legislativo 42 del 2004, il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Secondo la ricostruzione contenuta nell’istanza, la falce e martello potrebbe rappresentare una testimonianza materiale dell’artigianato locale, della storia del lavoro, delle celebrazioni popolari del Primo Maggio e della storia politica e sociale della comunità montoriese nel secondo dopoguerra.

Su questo punto, tuttavia, il PCI stesso mantiene una distinzione importante: le informazioni sulla storia del manufatto dovranno essere verificate attraverso la documentazione disponibile e non vengono presentate come circostanze già definitivamente accertate dalle autorità competenti.

La storia

Una ricostruzione pubblicata nei giorni scorsi, sulla base della documentazione dell’Archivio Fotografico Montoriese e di una testimonianza orale di Lucio Nallira, riferisce che il manufatto sarebbe stato realizzato intorno al 1948 dai fabbri montoriesi Bruno e Lenin Di Donatantonio, con la collaborazione di alcuni attivisti locali. In una prima fase sarebbe stato utilizzato durante le celebrazioni del Primo Maggio sul Colle di Montorio e successivamente collocato stabilmente sul muraglione del Vomano. Sono elementi che il PCI sottopone alla valutazione degli organi competenti proprio per verificarne l’effettiva consistenza documentale.

La questione della tutela si intreccia anche con quella della proprietà del manufatto. Nella segnalazione viene chiesto alla Soprintendenza di individuare il regime giuridico applicabile una volta chiarita la proprietà, valutando, qualora ne ricorrano i presupposti, le procedure previste dal Codice dei beni culturali per la verifica o per l’eventuale dichiarazione dell’interesse culturale.

Il PCI chiede quindi che la vicenda non si esaurisca nella semplice conservazione in un deposito. La posizione espressa dal partito è che la sicurezza del muraglione e dell’area del lungofiume debba essere garantita, ma che allo stesso tempo venga preservata la testimonianza storica rappresentata dal manufatto. L’obiettivo dichiarato è arrivare, qualora tecnicamente possibile e compatibile con le esigenze di sicurezza, a un intervento di restauro e alla successiva ricollocazione nel contesto storico originario.

Il futuro

«Sicurezza e memoria devono procedere insieme», ribadisce Uccelli, indicando nella restituzione alla comunità il punto di arrivo dell’iniziativa.

Adesso saranno le risposte del Comune e della Soprintendenza a poter chiarire diversi aspetti ancora aperti: quali siano state effettivamente le interlocuzioni istituzionali prima della rimozione, quali documenti tecnici abbiano motivato l’intervento, dove si trovi attualmente la falce e martello, chi ne abbia la custodia e, soprattutto, se esista già un percorso per il suo restauro e per una possibile ricollocazione.

La richiesta del PCI, dunque, sposta la discussione dalla sola rimozione al destino futuro del manufatto. Una vicenda che, al di là delle contrapposizioni politiche, mette in campo due esigenze che l’iniziativa chiede di tenere insieme: la sicurezza delle strutture e la conservazione della memoria storica di una comunità.