Il caso
Scappa dal tribunale con un'auto rubata. La testimone: "Voleva uccidermi". Arrestato dopo la fuga
di Giancarlo Falconi

TERAMO. Non è solo una riorganizzazione interna. È qualcosa che sta emergendo poco alla volta, attraverso segnalazioni sempre più numerose e concordanti.
Dopo le prime denunce pubblicate nelle scorse ore, continuano ad arrivare testimonianze su telefonate ricevute da pazienti: dall’altra parte della linea, operatori di un call center comunicano lo spostamento delle visite ginecologiche dall’ospedale Mazzini di Teramo verso altre sedi, tra consultori e strutture territoriali come Montorio.
I numeri: le visite non crescono, sono solo spostate
Il meccanismo, almeno sulla carta, appare semplice: stesso giorno, stesso orario, ma luogo diverso. Nella realtà, però, questa modifica rischia di tradursi in un disagio concreto per chi aveva già organizzato tempi, spostamenti e impegni in funzione dell’accesso ospedaliero. E soprattutto apre una questione più ampia: si tratta davvero di un miglioramento del servizio?
Le informazioni raccolte indicano che il numero delle prestazioni non sarebbe aumentato. Le visite non crescono: vengono semplicemente spostate. Tolte da un’agenda, ricollocate in un’altra. Un’operazione che, di fatto, non sembrerebbe incidere sul problema strutturale delle liste d’attesa, da tempo uno dei nodi più critici della sanità locale.
E qui emergono le domande più delicate. Il personale impiegato nelle nuove sedi è stato assunto appositamente o è stato redistribuito sottraendolo ad altri servizi? Se si tratta di nuove risorse, perché non utilizzarle per potenziare direttamente l’offerta ospedaliera e ridurre i tempi di attesa? Se invece sono risorse già esistenti, quali reparti stanno pagando il prezzo di questo spostamento?
Non meno rilevante è il ruolo del personale amministrativo incaricato di contattare le pazienti e riorganizzare gli appuntamenti: un lavoro aggiuntivo che implica costi e impiego di energie, senza che sia chiaro quale sia il reale beneficio per il sistema
.Nel frattempo, ciò che resta è una percezione diffusa: più che una soluzione strutturale, lo spostamento delle visite appare come un’operazione di redistribuzione, che non affronta il problema alla radice ma lo sposta altrove, lontano dagli occhi — e forse dai numeri ufficiali.
E allora la domanda, a questo punto, diventa inevitabile: chi sta davvero gestendo questa strategia, e con quali risultati concreti per i cittadini?