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Roseto, al via i lavori Ruzzo Reti sulla Statale 16
di Jacopo Forcella

TERAMO. Abbiamo pubblicato immagini con i volti coperti, con i corpi resi irriconoscibili, per rispetto e per tutela. Persone che escono dalle case occupate di Colleatterrato. Persone che lavorano. Persone che non per scelta, ma per necessità, rinunciano a un affitto per mettere da parte qualche soldo, per curarsi, per sopravvivere. E che per questo dormono al freddo, senza acqua, senza gas, senza servizi, dentro scheletri di cemento che resistono dal terremoto del 2016 più per inerzia che per sicurezza.
Eppure, l’immagine che resta, quella che colpisce e disturba, non è un volto, non è una persona. È un balcone. Un balcone di una casa ufficialmente chiusa, dichiarata inagibile. Una di quelle che dovevano restare vuote. E invece no. Sul balcone non sventolano bandiere, non ci sono striscioni, non c’è propaganda. C’è il bucato. Mutande, calzini, felpe. Intimità stesa al sole come una silenziosa accusa.
Non è folclore. Non è degrado. È il simbolo plastico di un fallimento. Tutto il resto è resistenza. È “restanza” forzata. È la vita che si infila nelle crepe lasciate aperte dalla Ricostruzione pubblica, quella che doveva chiudere queste ferite e che invece le ha solo coperte con la polvere delle promesse.
Quel bucato non racconta un abuso. Racconta una sconfitta. La nostra.