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di Luca Di Renzo

CHIETI. A un mese esatto dal tragico crollo del ponte sul fiume Trigno, avvenuto lo scorso 2 aprile, la famiglia di Domenico Racanati lancia un nuovo, disperato appello affinché non cali il silenzio sulla scomparsa del 53enne. L'uomo, originario di Bisceglie, stava percorrendo la Statale 16 a bordo della sua Fiat Bravo color champagne, diretto a Ortona per ritirare un'imbarcazione, quando il viadotto tra Molise e Abruzzo è ceduto a causa del violento maltempo. Nonostante il ritrovamento della targa e di un paraurti nei giorni immediatamente successivi al disastro, del pescatore e del veicolo non v'è ancora traccia, alimentando l'angoscia dei parenti che chiedono ora interventi drastici per il recupero.
"Alzate quel ponte e ridatemi mio figlio"
Le parole della madre di Domenico Racanati, affidate a un video diffuso sui canali social, risuonano come un grido di dolore e rabbia. "Chiedo giustizia, mio figlio non deve restare un giorno di più sotto quel ponte", ha dichiarato la donna, sottolineando come la stasi nelle operazioni di rimozione delle macerie stia prolungando un'agonia insopportabile. Il fratello, Alessandro Racanati, ha ribadito con forza la necessità di sollevare i tronconi della struttura finiti nel letto del fiume: "L'auto non può essere sparita nel nulla; tutto ciò che è stato rinvenuto finora era sotto il ponte. È vergognoso che dopo un mese sia ancora tutto fermo".
Le indagini e la polemica sui varchi
La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per crollo colposo e omicidio colposo. Uno dei punti nodali dell'inchiesta riguarda la presunta violazione del divieto di transito. Mentre l' Anas sostiene che il tratto fosse interdetto al traffico, la famiglia Racanati respinge con decisione l'ipotesi che Domenico abbia forzato un blocco. Secondo i rilievi tecnici presentati dai legali, basati sui dati di un'applicazione GPS, l'uomo si sarebbe trovato su un percorso che conduceva al viadotto senza la presenza di segnaletica chiara o barriere fisiche invalicabili, finendo così inconsapevolmente nel baratro.
Ricerche senza sosta tra fango e mare
Le operazioni di soccorso, che hanno visto l'impiego dei Vigili del Fuoco, dei sommozzatori e della Guardia Costiera, si sono scontrate con le difficili condizioni del fondale del Trigno, reso torbido dal fango e dai detriti trasportati dalla piena. Il timore degli inquirenti è che la corrente possa aver trascinato l'auto verso la foce, insabbiandola. Tuttavia, la famiglia resta convinta che la verità si celi sotto i resti di cemento e ferro del viadotto e chiede alle istituzioni tempi certi per l'avvio della bonifica dell'area, affinché a Domenico Racanati possa essere data degna sepoltura e venga fatta piena luce sulle responsabilità del cedimento.