In tribunale
Chieti, condannato a 15 anni per maltrattamenti e abbandono dei familiari
di Redazione Chieti

CHIETI. Nella giornata di oggi 28 aprile, la Corte di Cassazione ha sancito la condanna definitiva per bancarotta a carico di Altair D’Arcangelo, noto imprenditore e attuale patron del Chieti Calcio. L'ordinanza dei giudici supremi ha respinto il ricorso presentato dalla difesa, confermando la colpevolezza dell'uomo d'affari in relazione al crac di una società con sede a Milano. Al centro della vicenda giudiziaria vi è la contestata omissione nel deposito dei libri contabili obbligatori a seguito del fallimento della realtà societaria lombarda, un atto che ha reso irrevocabile la sentenza di condanna per l'imprenditore teatino.
Le motivazioni della Corte di Cassazione
Il fulcro della decisione risiede nella gestione documentale post-fallimento. Secondo quanto stabilito dall'ordinanza, Altair D’Arcangelo non avrebbe ottemperato ai doveri di trasparenza necessari durante la procedura fallimentare milanese. La mancata consegna della documentazione contabile ha impedito la corretta ricostruzione del patrimonio e dei movimenti finanziari della società coinvolta, portando i magistrati a confermare il reato di bancarotta documentale.
Ripercussioni sul club
La notizia della condanna definitiva getta un'ombra sul futuro societario del Chieti Calcio. In quanto figura di riferimento e principale investitore del club neroverde, la posizione di D'Arcangelo è ora al vaglio degli osservatori e della tifoseria. Sebbene la sentenza riguardi attività imprenditoriali passate e distinte dalla gestione sportiva attuale, la definitività del verdetto pone interrogativi sulla continuità operativa e sulla stabilità della presidenza, in un momento cruciale per la stagione sportiva della squadra.
Cronistoria giudiziaria e difesa
Il percorso processuale conclusosi oggi era iniziato anni fa con le prime indagini della Procura di Milano. Nonostante i tentativi della difesa di smontare l'impianto accusatorio nei precedenti gradi di giudizio, la Cassazione ha ritenuto legittime le conclusioni della Corte d'Appello.