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La testimonianza

Teramo, la buona sanità esiste: una storia di cura e attenzione

Da questa esperienza nasce una riflessione più ampia: quando è sostenuta e valorizzata, la sanità pubblica è in grado di garantire servizi di alto livello

Teramo, la buona sanità esiste: una storia di cura e attenzione
di Giancarlo Falconi
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Non tutte le storie che riguardano la sanità pubblica nascono da disservizi o polemiche. Ce ne sono alcune che scorrono lontano dai riflettori, fatte di cura quotidiana, attenzione concreta e professionalità. È da questa prospettiva che prende forma il racconto di Paolo Rapagnani, che ha scelto di condividere la sua esperienza all’interno dell’ospedale di Teramo, offrendo uno sguardo diverso su una realtà spesso raccontata solo nei suoi aspetti più critici.

Il dibattito pubblico tende a soffermarsi sugli episodi negativi, quelli che alimentano sfiducia e occupano spazio nelle cronache. Tuttavia, accanto a queste narrazioni, esiste una dimensione meno visibile ma altrettanto reale: quella di reparti che funzionano e di professionisti che svolgono il proprio lavoro con dedizione. È proprio questa dimensione che emerge dalla testimonianza di Rapagnani.

Per circa venti giorni, il paziente è stato ricoverato nel reparto di Malattie Infettive, diretto dalla dottoressa Antonella D’Alonzo. Un’esperienza iniziata con timore e una certa diffidenza, anche influenzata da una percezione non sempre positiva della sanità locale. «Il solo nome del reparto mi ha fatto temere il peggio», racconta, «forse per quella mentalità provinciale che spesso ci porta a dubitare di ciò che abbiamo vicino».

Col passare dei giorni, però, quella percezione ha lasciato spazio a una realtà diversa. Il reparto viene descritto come efficiente e ben organizzato, capace di offrire standard che «non hanno nulla da invidiare alle altre realtà nazionali». Un luogo in cui professionalità e umanità convivono, e dove il rapporto tra personale sanitario e pazienti diventa parte integrante del percorso di cura.

Tra gli elementi più rilevanti, Rapagnani evidenzia la presenza costante della dottoressa D’Alonzo, che ogni mattina iniziava la giornata passando tra i pazienti per un saluto e un controllo. «Ci chiedeva sempre come stavamo, osservava ogni dettaglio», scrive, sottolineando un approccio che guarda alla persona nella sua interezza.

Nel reparto, prosegue il racconto, «i pazienti sono tutti uguali»: non ci sono differenze né interferenze esterne, perché al centro restano esclusivamente la cura e l’attenzione verso chi è ricoverato. Un principio che si traduce in un lavoro di squadra tra medici, infermieri, operatori socio-sanitari e personale addetto all’igiene, tutti impegnati a rendere il percorso ospedaliero più umano e sostenibile.

Anche le difficoltà legate alla degenza, come il peso delle lunghe giornate, vengono alleggerite da piccoli gesti quotidiani: un sorriso, una parola gentile, una presenza discreta ma costante. Elementi che, per chi si trova in ospedale, assumono un valore concreto.

Da questa esperienza nasce una riflessione più ampia: quando è sostenuta e valorizzata, la sanità pubblica è in grado di garantire servizi di alto livello. Investire in queste realtà significa rafforzare un sistema che, spesso lontano dalle narrazioni più rumorose, continua a fare la differenza nella vita delle persone.

Una storia che invita a riconsiderare il racconto della sanità, ricordando che accanto alle criticità esistono esempi virtuosi, fatti di impegno quotidiano e competenza silenziosa.