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Fuori copertina, Vito Moretti

La “costante messa a fuoco dell’uomo” che trova nella poesia la sua bussola esplorativa

Fuori copertina, Vito Moretti
di Valeria Di Felice
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Gli anni venuti di Vito Moretti (San Vito Chietino 1949 – Chieti 2019) è un autoritratto di formazione pubblicato da Tabula Fati nel 2018. Le pagine di questo memoir a carattere romanzesco condensano il tempo che attraversa l’intero itinerario umano e intellettuale dell’autore stesso: anni che continuano a riaffiorare nell’intreccio dei ricordi e delle esperienze. Lungi dal custodire passivamente il passato, la teca narrativa lo ricompone alla luce del presente, punto focale verso il quale gli anni “vengono” con tutta la forza memoriale.

Nel primo capitolo, La terra che ha nome, il legame mai reciso di Vito Moretti con i luoghi fisici ed emotivi del passato non ha mai le fattezze di una catena che cristallizza ciò che è stato, ma è eco che risuona sin dall’infanzia nel suo paese natio, San Vito Chietino: questo promontorio dell’Adriatico che “segnala i ritmi delle stagioni con il giallo delle sue ginestre e il grigio dei cerreti e dei caprifogli”, si conserva come luogo d’elezione della casa affettiva di Vito Moretti custodendo quella primigenia fonte ispirativa che lo consacrerà poeta impegnato nella costruzione della sua visione letteraria. Senza un “esplicito perché”, Moretti sin da giovanissimo si affida alla parola poetica con “naturalezza e congenialità” e il “gremito taccuino di appunti” si trasforma ben presto in una dichiarazione di intenti, vale a dire quella di imprimere il mondo sulla pagina attraverso gli occhi della poesia.

San Vito Chietino con le sue figure primarie (la nonna, il padre, la madre) non è solo un paese, ma è il richiamo a quella vitalità che scorre e anima gli anni di Vito Moretti, qualcosa “che resta cucito sotto la mia camicia e che ho portato addosso anche quando sono andato per altre strade”. Come fa notare Massimo Pamio nella prefazione, “l’infanzia è vissuta nella relazione osmotica tra l’interiorità e l’esterno, tra la coscienza personale che va via via formandosi nel rassicurante ambiente domestico e il ruolo soggettivo d’un io precariamente stabile e improvvisato che egli assume nelle relazione, nel paese, con i compagni di scuola, l’arciprete, gli insegnanti, gli adulti”.

Il cuore del libro è costituito dagli incontri con i poeti, i narratori e gli scrittori del suo tempo. Non solo la lettura dei classici, ma anche la frequentazione e lo scambio prolifico con i protagonisti della cultura letteraria del Novecento e l’ascolto dei cantautori a partire dagli anni Sessanta, quando “le tensioni iniziarono a seminare in me strappi e rovesci”: da Mario Luzi ad Alberto Moravia, da Elio Filippo Accrocca a Giorgio Bassani, da Giuseppe Bonaviri a Luciano Luisi, da Mario Pomilio a Piero Bigongiari, da Andrea Zanzotto a Cecilia Gatto Trocchi e così via.

L’altro che resta rappresenta il perno di un percorso narrativo che sa accogliere il dono dell’altro, concepito come presenza irriducibile che invita alla riflessione, apre alla relazione, propone l’incontro con la parola che è testimonianza di vita. Vito Moretti ricorda gli incontri in campo letterario fornendo non solo quadri ritrattistici e di indagine del rispettivo pensiero culturale, ma soprattutto recuperandone la dimensione umana: ed ecco che l’incontro con Mario Pomilio al chiostro del Conservatorio “San Pietro a Majella” si trasforma in un déjà-vu della Napoli “libera, allegra e vivace” che vide Goethe o della Napoli “più struggente ed amabile di Pino Daniele”, o ancora quello con Alberto Moravia nel suo appartamento al civico 1 del Lungotevere della Vittoria in una Roma dai “colori di un autunno venuto in anticipo”.

Infine, nella parte conclusiva, Nel prodigio dei fatti, sulla soglia del secondo millennio e dei cinquant’anni di Vito Moretti, il tempo sembra assumere una nuova consistenza e una nuova misura, e con esso il modo di guardare le cose del passato e del presente assumono una preziosità più meditata e viscerale. Di fronte alle grandi vicende storiche di fine secolo, lo sguardo si fa più acuto e la poesia diventa ancora una volta la maglia con la quale ricucire le storture storiche e sociali e sperare nella crescita umana.

Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo la memoria del cuore e il dialogo con l’altro, troviamo le radici in Abruzzo e il riconoscimento dell’ascolto come forma di apertura, troviamo la “costante messa a fuoco dell’uomo” che trova nella poesia la sua bussola esplorativa.

Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.

Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.

È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.