La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Roberto Michilli - Diciannovesima puntata
di Valeria Di Felice

Che cosa accade quando il tempo continua a ticchettare per le strade di un piccolo paese montano, mentre lo spopolamento ne svuota lentamente le esistenze? Che cosa resta oltre la voce di quelle storie – comuni eppure profondamente rivelatrici – che sembrano scompaginarsi nel racconto denso di legami e rancori, passioni e incomprensioni, sogni infranti e attese sospese?
Queste domande tessono il filo narrativo de Gli istrici (caffèorchidea 2025) di Valentina Di Cesare (Sulmona 1982) la quale, con una scrittura salda e incisiva, traccia i confini fragili di un mondo in dissolvenza, in bilico tra memoria e radicamento. Abitare il margine mentre tutto altrove accelera: questa è la dimensione che prende forma nel romanzo attraverso una rappresentazione corale, non cadendo nel tranello della narrazione stereotipata dello spopolamento. Non è retorico lo sguardo che, con rispetto e lucidità, si intrufola fin dentro le pieghe di un passato che continua a fare capolino in una quotidianità di solitudini, di silenzi, di slanci e diffidenze, di mani tese e volti girati dall’altra parte. Una quotidianità che si misura stagione dopo stagione con i fili mai dipanati e le ferite ancora non sanate del proprio passato, con l’indecifrabile e aspra opacità della natura, con le ombre di una restanza che – per scelta o per necessità – espande l’eco delle storie impigliate tra le sue strade, storie di sola andata e di qualche ritorno.
È nelle valli degli appennini abruzzesi, “su quel bordo di terra”, che i luoghi, incastonati nelle crepe dei ricordi, si innestano con l’immobile avvicendarsi di chi resta e anche con l’immagine idealizzata di chi è partito: “chi se n’era andato lo aveva fatto per mille ragioni e chi era restato, invece, lo aveva fatto quasi senza domandarsi il perché, procedendo in una vita senza impeti, sollevandosi ogni giorno su quelle piccole strade come una pianta selvatica infilata nelle fessure dell’asfalto.”
Sono i transiti degli addii – fisici o intimi – che riscrivono le mappe di un microcosmo caduto nella morsa della disillusione, vale a dire di quel sentore di finitudine in cui il futuro immaginato o sperato si dissolve senza lasciare traccia. Che sia frutto del destino o di una volontà collettiva, la restanza è la dimora emotiva di chi rimane a percorrere gli angoli di un percorso che a volte – come “lo spago stretto della solitudine” – sembra attorcigliarsi su sé stesso: “E chi resta non è forse coraggioso? Non si ostina a credere audacemente che tutto può ancora cambiare, che tutto il mondo è un nervo vivo da non toccare troppo a fondo?”
Il romanzo, attraverso una lettura acuta e vivida nella caratterizzazione dei personaggi, esplora la condizione umana della marginalità, delle aspettative disattese, del rapporto irrisolto tra coraggio e accettazione. Tra gli sguardi dei personaggi – a volte traditi, altre volte solidali, altre ancora rassegnati – si legge il vigore di una tensione generazionale, si coglie l’accelerazione di “una pantomima del distacco” che sceglie il silenzio come forma di liberazione.
Il romanzo si apre e si chiude con Francesca, una donna di quasi ottant’anni, sopravvissuta alla perdita indicibile del marito e del figlio. Da anni ormai vive alienata trascorrendo “giorni disconoscenti, uguali agli altri”, mettendo in atto una serie di stratagemmi “per non sobillare l’ago appuntito del rancore”. Uno spiraglio di speranza le viene dall’incontro con Carla, una giovane undicenne, “creatura leggera”, che senza irruenza e artificiosità riesce a riaprire un piccolo varco di gioia negli occhi di Francesca e a farle sperimentare di nuovo quel “richiamo irresistibile della fiducia”. Nel paese c’è anche Vittorio, un ex ciclista che custodisce in camera la sua bicicletta come fosse “la carcassa di un gigantesco animale dormiente”, con l’alienazione tipica di chi non sostiene più il peso del fallimento con la conta degli anni strappati al tempo: “Per questo amava la fuga, la corsa solitaria. Se n’era servito per non darsi il tempo di capire quel che non gli quadrava.” E ancora: “vivere distaccato dalle imprese del quotidiano, non vedere né essere visto, non rammentarsi della morte, non occuparsi della vita.”
Infine, Doì, un professore di disegno geometrico venuto dal Giappone per cercare “un luogo statico e spento” in cui fermarsi, senza più fluttuare tra una città e l’altra. Ed è nel piccolo paese – grazie alla conquista di una nuova prospettiva sulle cose – che Doì vive coltivando il talento per il disegno, offrendo ai pochi rimasti una nuova occasione di confronto.
Che cosa troviamo fuori copertina? Troviamo l’impronta autentica di un luogo periferico, difficile ma resistente, sulla soglia tra appartenenza e cambiamento. Troviamo l’attrito di un destino collettivo che – proprio come un istrice – resta in silenzio per difendersi dalle parole dolorose. Valentina Di Cesare, con una scrittura lucida e immersiva, rende omaggio alla verità dei luoghi, alla loro forza intrinseca che “sta nell’essere quello che sono, ingloriosi e gloriosi sia di giorno che di notte”.
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Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.