La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Roberto Michilli - Diciannovesima puntata
di Valeria Di Felice

La rappresaglia, opera postuma di Laudomia Bonanni (L’Aquila 1907 – Roma 2002) pubblicata da Textus nel 2003 dopo essere stata rifiutata da Bompiani nel 1985, segna il ritiro della scrittrice a vita privata, non senza rammarico e amarezza. Il romanzo è frutto di una lunga e complessa gestazione iniziata già nel 1947 con l’idea originaria di Stridor di denti: quasi quarant’anni di meticoloso e attento lavoro di riscrittura e affinamento letterario avrebbero meritato un altro esito editoriale. Il rammarico della Bonanni – negli ultimi anni della sua vita – è comprensibile, ma a parziale risarcimento della sua delusione possiamo dire che è proprio in virtù della travagliata maturazione de La rappresaglia la sua scrittura risponde a una idea di letteratura che condensa ricerca, autenticità e resistenza culturale.
Ambientato nel 1943, durante l’occupazione tedesca tra le montagne abruzzesi, un piccolo gruppo di “sbandati” fascisti – cosiddetti “Neri” – si allontana dalle proprie case per rifugiarsi all'eremo di Acquafredda. Durante il tragitto incontra una donna – che sarà nominata per tutto il romanzo con l’appellativo di “Rossa” – insieme a un'asina carica di legna e armi.
La Rossa, che per l’evidenza del suo ventre enorme si scopre subito essere agli ultimi giorni della gravidanza, viene catturata e accusata di far parte della resistenza partigiana che ha portato alla morte alcuni civili. Il gruppetto di fascisti decide di condannare la Rossa alla fucilazione, ma solo dopo aver partorito la sua creatura innocente, quasi a preservare un barlume di moralità.
La voce narrante è affidata a un maestro Nero, appartenente a quel gruppetto di fascisti. Dopo tanti anni, ormai quasi ottantenne, decide di dissotterrare dal peso drammatico dei suoi ricordi – ancora impigliati tra gli appunti di pagine di diario e di fogli sparsi – l’urgenza angosciante di quella “passiva avventura”: “Rammentavo dolori lancinanti e intorno la strettura della grotta, vagiti e grida, il fuoco inestinguibile di un quaderno accartocciato incandescente. Dopo mi si aprì la memoria. E scottava.” Come fosse nei panni di un “impassibile testimone” o di un “impavido spettatore”, la voce narrante ci consegna uno spaccato di umanità, “un lacerto sanguinante di vita così pregno di morte”. Un atto di rivelazione che ha quasi un significato riparativo in seguito all’angoscia esistenziale, alla brutalità della guerra e alla violenza collettiva che essa genera.
In questo lungo e vivido racconto di guerra, la Rossa diventa il perno di tutta la trama, il punto d’inciampo in cui si imbattono i personaggi, ciascuno con la propria idea – più o meno compiuta –, ciascuno con la propria visione – più o meno consapevole.
Donna provocatoria, forte e destabilizzatrice, la Rossa è desiderosa di vivere e, allo stesso tempo, di morire (“Vita e morte si fecondano a vicenda”). Non si piega allo stato delle cose, alla violenza verbale degli uomini, alla legge dell’ignoranza che non sa discernere – e non ci prova neanche – il bene dal male.
Così la Rossa, accompagnata da un giovane prete che sceglie di starle vicino fino al giorno dell’esecuzione, incarna la matrice della vera rivoluzione (“La rivoluzione è femmina, partorisce da sola, come me”); con la sua tempra scardina la spinta umana alla violenza disvelando “il museo degli orrori” e l’inferno che sono dentro ogni uomo.
Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo lo scacco matto della condizione umana di fronte alla catena inarrestabile della violenza (“La catena delle rappresaglie non si romperà mai. Ma per questi qui non occorre andare lontano. A questi il conto sarà saldato prima. Anche il vostro Dio fa la rappresaglia. Lui che dice la vendetta è mia”). Troviamo il linguaggio duro e irridente della solitudine che scalfisce la materia superficiale della banalità. Laudomia Bonanni crea un osservatorio speciale che ribalta continuamente lo sguardo sulle cose rendendo visibili le fragilità umane. La Rossa, che “mena la lingua a dritta e a manca come una frusta”, diventa la voce fuori coro che con la sua fierezza esorcizza il nonsenso della storia e soprattutto le ipocrisie collettive.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.