La rubrica
Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Roberto Michilli - Diciannovesima puntata
di Valeria Di Felice

Tempo di uccidere, unico romanzo di Ennio Flaiano (Pescara 1910 – Roma 1972) con il quale vinse la prima edizione del Premio Strega, è un’opera nella quale lo scavo psicologico e l’indagine esistenziale si compenetrano a creare una sorta di disincanto della coscienza. Il protagonista, un ufficiale italiano impegnato nella campagna d’Etiopia negli anni Trenta, è un antieroe: un uomo comune, di cui non conosciamo il nome, che smaschera – attraverso il suo avvicendamento portato ai limiti della rappresentazione allegorica – tutta la fragilità dell’uomo moderno e, soprattutto, il dramma della nuda scoperta di sé stessi, della propria natura. La vicenda del “signore” civilizzato, che fa da contraltare alla primordiale staticità del popolo etiope, rifugge ogni tentazione celebrativa per accostarsi invece a un profondo e sofferto dissotterramento emotivo tra le pieghe delle brutture dell’imperialismo occidentale.
Anche l’immagine stereotipata della terra africana, ridotta a “sgabuzzino delle porcherie” dove si va a “sgranchirsi la coscienza”, in parte ripropone i più sdegnosi giudizi sugli indigeni, in parte contrasta la propaganda colonialista riconoscendo a loro delle qualità.
Il giovane tenente, che legge avidamente le lettere della moglie in cerca di parole che possano aiutarlo a esorcizzare le nefandezze dell’occupazione e a sciogliere le paure, è in preda a una inquietudine che lo consuma e lo tormenta con tutto il rovello della colpa. La precarietà dei giorni e il presentimento costante della morte – rafforzati dal fetore delle carcasse dei muli della Sussistenza lungo i sentieri e dei cadaveri degli uomini trucidati nelle imboscate – si aggiungono a un’altra logorante angoscia, dopo aver ucciso in modo fortuito Mariam, una giovane donna indigena con la quale ha consumato un rapporto sessuale: un colpo di pistola sparato contro un’ombra notturna nella boscaglia e forse accidentalmente rimbalzato su una pietra è sufficiente per ferire gravemente la donna; un altro colpo – questa volta ben studiato – è altrettanto sufficiente per mettere fine alla sua irreparabile sofferenza.
Da questo episodio il protagonista sprofonda in una crisi che lo confonde fino allo stordimento, e si consegna all’incoerenza più esasperata. Il tarlo della coscienza si addentra fin dentro il ricordo ossessivo della donna: Mariam diventa una sorta di ombra vivente che incombe sui pensieri dell’ufficiale.
A questa inquietudine ne segue presto un’altra, vale a dire la paura di una contaminazione fisica dalla lebbra, che si rivela ben presto la trasfigurazione metaforica di un insanabile disorientamento morale.
In questo “tempo” – ben rappresentato dalla presenza di un orologio che smette di funzionare nei momenti meno indicati – si concatenano coincidenze e dettagli rivelatori e il protagonista, come fosse in uno scenario “di cartapesta” (quasi a evidenziare il carattere di messa in scena della tragedia), si muove tra il disgusto per la retorica del regime e la ricerca di una autoassoluzione.
Il tono della narrazione è corrosivo, incalzante, disincantato: la dimensione psicologica ed emotiva, al limite dell’allucinazione, dominata da paure reali e indotte, pensieri ingannevoli, sensi di colpa, si accorda a un racconto introspettivo che rivela tutta la sua carica drammatica nel denunciare le contraddizioni del colonialismo e la brutalità della natura umana.
Il paesaggio africano non è mai esotizzato o idealizzato, ma è reso pancia di un respiro collettivo che fa eco allo spazio vitale di chi lo attraversa o lo abita. Ennio Flaiano, che partecipò come sottotenente alla guerra d’Abissinia tra il 1935 e il 1936, trova in questo scenario l’esperienza della sopraffazione e dell’alienazione, e lo rende specchio di un’umanità caduta nello sconforto del tragico, nella deformità della violenza e soprattutto nel confronto tra Natura e Cultura, tra Civile e Selvaggio, tra le categorie culturali dell’uomo bianco e la spontaneità archetipica dell’uomo colonizzato.
Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo il taglio profondo e critico delle parole, l’affondo cinico, lucido, e a tratti ironico nel disincanto dell’antiretorica, il discernimento di un’antropologia della diversità che non si ferma alla propaganda fascista. L’appartenenza non più convinta a una ideologia, la frantumazione della propria identità, la tragica rivelazione del sé, la ripresa critica di alcuni topoi figli della visione dittatoriale (la inattendibilità degli indigeni – “tristi animali invecchiati in una terra senza uscita, grandi conoscitori di scorciatoie, forse saggi, ma antichi e incolti” – l’accondiscendenza delle donne africane – anime elementari da cogliere, ferme a duemila anni fa, “semplici come colombe, dolci, disinteressate, incluse nella natura” ma con gli occhi della decadenza) sono solo alcuni temi che fanno di questo romanzo un’opera compiuta e ancora attuale nonostante sia passato quasi un secolo dalla pubblicazione
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore.
È ideatrice e curatrice della rubrica fuori copertina per Abruzzodaily.