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di Redazione L'Aquila

Diecimila anni (Moretti & Vitali 2026) di Antonella Caggiano (Waiblingen 1971 – dal 2016 in Abruzzo) è una raccolta che mobilita la percezione di un tempo remoto, quasi immemoriale, in cui il transito umano si fa infinitesimale, manifestandosi in tutta la sua fragile impermanenza: una parentesi minima, eppure piena di tensione vitale – la parabola dell’esistenza – che trova nell’attrito con l’assenza la sua ragion d’essere. Che sia perdita o mancanza, l’assenza è una fenditura irriducibile che lascia intravedere la propria natura più radicale: ciò che sottrae, ciò che recide, e anche ciò che, proprio dalla privazione, germina oltre ogni attesa, oltrepassando persino la promessa custodita nel seme.
Nella ricerca di un’origine capace di abbracciare il senso dell’umano, la “madre” diventa la figura topica che apre la raccolta con la sezione “L’ago dall’altra parte del cuore”. Quasi una ferita, una lacerazione nella pelle dell’io poetico – intimo e familiare – e anche del mondo: la dissoluzione della madre che non ricorda più, che smarrisce progressivamente il proprio nome, i volti, la continuità della propria storia è anche il dolore di un figlio o una figlia che perde i riferimenti a una appartenenza: “madre che aspetti e non ricordi / neppure un gatto più sul terrazzo / a chi darai amore?”
Un venir meno dell’origine che porta ad appellarsi al principio generativo, a interrogarsi su ciò che precede ogni identità e la rende possibile: la materia primigenia, il grembo materno, e la possibilità di riconoscersi in una storia familiare che inizia a dissolversi. La madre, allora, non incarna più soltanto la concretezza della perdita – espansa a tutte le forme di amore – ma diviene il luogo simbolico, quasi mitico, in cui l’io poetico si domanda che cosa resta di noi quando viene meno chi ci ha dato un nome e una collocazione nel mondo. E proprio nel momento in cui l’origine sembra sottrarsi, la parola tenta di restituirle una forma preservandola dall’oblio.
Questo sguardo si amplia e assume una dimensione più propriamente cosmica nella seconda sezione, “Di sole e di stelle”. Se nella prima parte il movimento della poesia sembra rivolgersi verso l’origine e la memoria individuale, qui l’orizzonte si fa ancestrale, collettivo. Attraverso il richiamo a figure mitiche come Euridice, Proserpina, Demetra e la Sibilla, Antonella Caggiano costruisce una costellazione simbolica entro cui interrogare le grandi soglie dell’esistenza: la separazione, la perdita, la discesa nell’oscurità, il desiderio del ritorno, la metamorfosi e la possibilità di una rinascita: “tramano i soffioni di stelle / nelle dita del mare e il desiderio / del volo”. Anche gli elementi della natura – i fiori, le foglie, le stelle, la luna – perdono la loro aura ornamentale per farsi corrispettivi emotivi e riflessivi di una indagine che eccede i confini personali.
La terza sezione, “Di sangue e di sale”, imprime alla raccolta una svolta ulteriore: la ricerca di senso dell’umano affonda nel “sudario delle creature”, nel dolore concreto delle guerre, delle ingiustizie, della violenza; e il corpo individuale, già segnato dalla perdita e dall’assenza, si apre al corpo collettivo della Storia. La parola poetica abbandona così, almeno in parte, la dimensione più intima per assumere una responsabilità civile e farsi testimonianza.
Significative, in questo senso, sono le poesie dedicate a Gaza e Rafah, nelle quali la tragedia contemporanea irrompe nella pagina con tutta la sua urgenza, denunciando l’umano violato, la vita consegnata alla distruzione, la terra bramata stessa trasformata in spazio di lutto e potere: “è autunno perenne di bambini / di tronchi che non sanno più abbracciare / di palloni solitari”; “Piove – maledizione – tutto rosso / piange rosso tutto il cielo, tu rosso / feto tornato a quel sonno di madre”.
Infine, la raccolta si conclude con una preghiera rivolta alla Madre Maria, la Madre “piegata”, “santa”, “tenera”, “paziente”. Questa intensa invocazione richiama circolarmente la presenza della figura materna che aveva aperto il percorso: la maternità, da esperienza concreta e personale, si trasforma progressivamente in una dimensione archetipica e universale: la Grande Madre diviene, infatti, immagine della generazione, dell’accoglienza, della protezione e della cura: “dona loro il sonno dei giusti / portali al tuo seno – noi non siamo capaci”. L’amore, inteso come una forza insieme oscura e luminosa che abita i gesti, gli sguardi, la grazia del perdono e lo slancio verso l’altro, diventa una residenza interiore che sopravvive ed esorcizza la finitudine di tutte le cose, custodendo il senso ultimo delle relazioni e la possibilità di riconciliazione con quella parte insondabile dell’esistenza: “Dicono sottovoce / soffiando la polvere / ma loro non sanno / che l’amore non muore”.
Questo nodo irriducibile coincide anche con una scelta stilistica essenziale e fulminea, come se la parola seguisse l’urgenza di coglierne le istantanee dell’intuizione, le illuminazioni inattese, ciò che appare improvvisamente e sembra subito sottrarsi. Il postfatore Paolo Lagazzi parla di “qualità estatica” del verso: “i versi diventano spesso estremamente scarni per parlare attraverso allusioni, sguardi obliqui o bagliori di chiara ascendenza ungarettiana”.
Quindi, cosa troviamo fuori copertina? Troviamo una parola incastonata tra le intuizioni dell’origine, del mito e della Storia, una geografia dell’assenza in cui il bianco preannuncia l’atto di indagine e di restituzione della poesia. Troviamo la forza del frammento che, oltre a mimare la natura discontinua del vissuto, ne raccoglie le schegge, le sospensioni, le tracce, per renderle ancora vive nella necessità memoriale dell’amore che non si arrende alla dissolvenza.
Valeria Di Felice (Nereto 1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche tradotte in spagnolo, arabo, romeno e nederlandese e ha curato diversi volumi sulla poesia.
Nel 2018 ha tradotto il libro di racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza. Nel 2023, per la prima volta in Italia ha tradotto e curato le poesie della contessa Anna De Brémont, Sonetti e poesie d’amore. È ideatrice del progetto “Parole che rodono” per la Di Felice Edizioni.
È ideatrice e curatrice della rubrica Fuori copertina per Abruzzodaily.