Chiesa
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di Redazione cronaca

"Chiunque farà affari con l’Iran sarà colpito dalle sanzioni degli Stati Uniti": è il Secretario al Tesoro, Scott Bessent, a descrivere il "D-Day economico" con cui la Casa Bianca colpisce il regime degli ayatollah al dichiarato fine di isolarlo dalla comunità internazionale e farlo crollare. Lo strumento scelto dall’amministrazione Trump è quello delle "sanzioni secondarie" contro Stati, società, entità di ogni genere, gruppi di persone e singoli individui che ancora effettuano transazioni con Teheran "adoperando il digitale, le telecomunicazioni, l’oro, gli aerei o le navi".
Il primo, e dichiarato, destinatario del passo di Washington è la Repubblica popolare cinese che fino ad un anno fa importava l’80 per cento del greggio da Teheran ed ora lo ha ridotto al 20 per cento ma resta il principale partner economico del regime. Il messaggio di Bessent a Pechino è esplicito: "Se violerà la legge americana, ne subirà le conseguenze". Il presidente Trump durante il weekend appena trascorso ha preannunciato a più leader stranieri l’arrivo del "D-Day" e fra i primi ad adottare le auspicate decisioni ci sono gli Emirati Arabi Uniti. Washington ora aspetta dagli altri Paesi del Golfo di seguire Abu Dhabi "perché queste nazioni sono quelle che hanno subito i maggiori attacchi dal regime durante il recente conflitto". Ma il messaggio riguarda anche Turchia e Pakistan: le due grandi nazioni sunnite legate a doppio filo con Teheran.
Le sanzioni secondarie sono state già adottate da Washington contro l’Iran - da Barack Obama per spingere Teheran all’accordo sul nucleare siglato nel 2015 e dall’amministrazione Trump nel 2018 - ma mai prima in maniera così minuziosa, trasformando in offensiva globale la legge approvata poche settimane dal Senato Usa ed intitolata al senatore Lindsey Graham - recentemente scomparso - che prevede ritorsioni contro chiunque violi le sanzioni internazionali a Iran e Russia.
L’intento di Trump di assediare economicamente il regime fino a farlo cadere aggiunge l’arma della finanza internazionale a quell’offensiva militare, portando alle estreme conseguenze il blocco di Hormuz da parte della Us Navy. A spiegare il motivo dell’assedio è lo stesso Bessent: "I soldati iraniani devono sapere perché i loro stipendi non saranno pagati o verranno ritardati, il Muro di Berlino crollò nel 1989 quando furono i soldati della Germania Est a decidere d non sparare più contro i civili". Ecco perché le sanzioni secondarie sono state studiate, in maniera capillare, per colpire i Guardiani della rivoluzione che costituiscono la spina dorsale militare del regime ed anche dell’apparato repressivo che a inizio gennaio ha ucciso almeno 42 mila civili in appena 48 ore, in ogni angolo della nazione.
L’invito alla ribellione ai soldati iraniani punta ad acuire le differenze a Teheran fra le due anime del regime. La pressione economica può infatti aiutare chi sta tentando di raggiungere un’intesa con gli Stati Uniti - il presidente Masoud Pezeshkian, il capo del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ed il capo della Banca Centrale Abdol Nasser Hemmati - a imporsi sull’ala più ideologica, guidata dal comandante dei Guardiani della rivoluzione, Ahmed Vahidi, e dal segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, Mohsen Razaee, che tengono in mano la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Da qui gli intensi contatti con Teheran, negli ultimi giorni, degli inviati di Pakistan e Oman al fine di far prevalere chi a Teheran teme il crollo di un’economia che - secondo il Fmi - quest’anno perderà il 5 per cento del pil, con il prezzo della carne aumentato del 150 per cento, del riso del 60 per cento ed il cambio con il dollaro che, per la prima volta nella Storia, ha superato la stratosferica cifra di 2 milioni di rial.
Saranno i prossimi giorni a svelare quale anima del regime di Teheran prevarrà nella risposta al "D-Day" di Trump ma il video trasmesso dalla tv di Stato con le minacce dirette alla vita del figlio ventenne del presidente, Barron, lascia intendere che i Guardiani della rivoluzione sono determinati a portare alle estreme conseguenze la sfida agli Usa. Anche per questo Rezaee minaccia i Paesi vicini: "Se rispetterete le sanzioni, vi attaccheremo".
Ecco perché siamo all’inizio di un nuovo capitolo della sfida fra Usa e Iran - iniziata quando 47 anni fa i pasdaran rivoluzionari occuparono l’ambasciata americana a Teheran - destinata a svilupparsi su due palcoscenici paralleli: il mercato finanziario globale e le strade di Teheran. In palio c’è non solo l’equilibrio strategico in Medio Oriente ma anche quello, globale, fra Usa e Cina. L’unica cosa finora sicura sembra essere l’intenzione di Donal Trump: trasformare lo Stretto di Hormuz in un "territorio Usa", prosciugare ogni risorsa del regime iraniano e vincere la guerra dei 47 anni entro la fine del suo secondo mandato.