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L'intervista

La malattia del Papa: cos’è un nodulo polmonare e come si cura

Il professor Massimo Di Maio, presidente dell’AIOM ed esperto di tumore al polmone: “Fondamentale, come nel caso del Santo Padre, condividere il percorso con il paziente”

Massimo Di Maio
Massimo Di Maio
di Francesca Ferri
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«Ho un nodulo al polmone». «Ho deciso di farmi operare». Papa Leone XIV, dalla sua finestra affacciata su piazza San Pietro e sul mondo, durante l’Angelus di domenica 11 ottobre ha rivelato di avere un problema di salute e di dover affrontare un intervento chirurgico. Mai prima d’ora un pontefice era stato così trasparente sul proprio stato fisico. E se il cambio di stile del papa americano, rispetto ai suoi predecessori, è evidente, la serenità e la sicurezza con cui ha parlato non bastano a tranquillizzare. Che cos’è un «nodulo polmonare»? Cosa comporta l’operazione?

SAE Salute lo ha chiesto al professor Massimo Di Maio, oncologo, presidente dell’AIOM-Associazione Italiana di Oncologia Medica, professore ordinario di Oncologia medica presso il dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e direttore dell’Oncologia medica 1U dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, esperto di tumore al polmone.

Professor Di Maio, che cos'è un nodulo polmonare?

«Tecnicamente il termine «nodulo» non corrisponde una diagnosi, ma a un sospetto. Il nodulo è una immagine sospetta, di solito un'immagine Tac, che evidenzia un'area più o meno piccola del polmone di aspetto diverso rispetto al polmone normale».

Quando intende «piccola», di quale ordine di grandezza si tratta?

Da pochissimi millimetri fino a tre centimetri di diametro. Oltre i tre centimetri si chiama «massa».

Un nodulo deve sempre preoccupare?

«Chiaramente uno pensa subito a qualcosa di brutto. In realtà, però, molti noduli non sono tumori. Possono avere origine da un’infiammazione o da un’infezione, ad esempio una polmonite o la tubercolosi o altro ancora».

Di fronte a quali sintomi si può sospettare di avere un nodulo?

«Purtroppo i noduli sono quasi sempre del tutto asintomatici. Molte volte vengono scoperti semplicemente perché si fanno delle indagini per altri motivi. Tipicamente succede che un paziente debba fare esami strumentali per altri motivi, ad esempio in previsione di un altro intervento chirurgico, o in seguito a sintomi che sono dovuti ad altro, e scopre un nodulo. Se i noduli danno manifestazioni, spesso purtroppo sono già più avanzati».

È ragionevole sottoporsi a una Tac come esame preventivo?

«No. Nelle persone sane non è dimostrato che serva. La Tac scopre molti noduli, magari sono benigni, ma per indagarli si finisce per fare una serie enorme di esami e di approfondimenti non giustificati. Una cosa più ragionevole, che negli ultimi tempi si sta proponendo, e speriamo anche in Italia, è lo screening con la Tac nei forti fumatori, che sono un gruppo selezionato di popolazione già a rischio tumore, nel quale la Tac preventiva diventa molto più sensata, perché è dimostrato che aiuta a trovare i tumori più precocemente».

Una volta scoperto un nodulo, come va trattato?

«Se è molto piccolo, e intendo pochi millimetri, si può semplicemente monitorare nel tempo; non c'è bisogno di essere aggressivi, ma si programma un controllo. Se invece siamo già in presenza di dimensioni più grandi, sono indicati degli accertamenti immediati. E lo strumento che ci consente di confermare, oppure escludere, che si tratti di un tumore è l’esame citologico o istologico, vale a dire l’esame di un prelievo di alcune cellule o di un pezzo di tessuto, che di solito si può fare in broncoscopia o tramite un ago aspirato. Ma vorrei precisare una cosa importante».

Che cosa?

«A beneficio di tutti i pazienti vorrei specificare questo: non è che, appena scoperto un nodulo, va subito operato il giorno dopo. L’intervento chirurgico di solito corrisponde a una terapia, che segue a una diagnosi».

Ci sono anche casi in cui si opera prima della diagnosi?

«In qualche caso particolare sì, ad esempio quando è difficile fare la biopsia».

Nei casi di tumore maligno, in cosa consiste la terapia?

«Per stabilire la terapia bisogna avere due informazioni: la diagnosi, data dall'esame istologico, e la stadiazione, cioè lo stadio della malattia, vale a dire se è circoscritta oppure si è diffusa in altre parti. A quel punto sono necessari esami strumentali, come la Tac, eventualmente la PET. Se si ha la conferma di tumore del polmone, la chirurgia può essere spesso anche il primo e decisivo trattamento, e in qualche caso fortunato, se il tumore è veramente molto piccolo, può addirittura essere l'unico trattamento».

Quando invece sono necessarie ulteriori terapie?

«Dopo l’intervento si esegue un esame istologico definitivo sul pezzo operatorio. Se sono ancora presenti cellule tumorali, si procede con le terapie».

Dopo l’intervento chirurgico, quanto dura la convalescenza? E permette alla persona di riprendere le proprie attività o serve un periodo di totale riposo?

«Non sono un chirurgo, però è chiaro che l'intervento, per quanto sia migliorato negli ultimi tempi, qualche giorno di riposo lo richiede. L’intervento non è banale: si toglie un pezzo di polmone il che comporta un minimo di tempo per la ripresa funzionale. Va detto che nella maggior parte dei casi è un’ottima ripresa: dopo qualche settimana i pazienti sono perfettamente «fit», in forma. L’obiettivo è di tornare a un'attività praticamente identica a quella che si faceva prima».

Il Papa ha condiviso la sua condizione in modo molto spontaneo. Quanto aiuta un atteggiamento del genere nell’affrontare un percorso di cura?

«Sicuramente è molto costruttivo. Al di là del caso specifico del Santo Padre, affrontare la fase della diagnosi e della terapia con spirito costruttivo è sempre di grande aiuto. E aiuta specialmente quando parliamo di malattie in cui le cure possono essere guaritive. È giusto dare un segnale di fiducia nelle terapie. Anche l’aspetto della condivisione delle strategie tra medici e paziente è molto utile. Dimostra che non c’è una sentenza che piove dall’alto, per il paziente, ma c’è un momento in cui si discute con il paziente tutta la situazione clinica, i benefici e i rischi delle terapie proposte, e si decide insieme. Un percorso consapevole: questo è stato un bel messaggio».