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Fuori copertina, poeti e scrittori abruzzesi: Daniele Cavicchia - Quarta puntata

L’ispirazione di Daniele Cavicchia è custodita nell’interregno della parola. In fondo all'articolo il video-commento

Daniele Cavicchia
Daniele Cavicchia
di Valeria Di Felice
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Nell’estesa palude editoriale che riguarda i libri di poesia, per fortuna appaiono ancora testi capaci di connettere il lettore a una scrittura votata all’autenticità. Daniele Cavicchia (Montesilvano 1948) è poeta, scrittore, giornalista di lunga data: tra le sue pubblicazioni di poesia, quelle più recenti, pubblicate da Passigli, sono La malinconia delle balene (2004, con prefazione di Mario Luzi), Dal libro di Micol (2008, con prefazione di Marco Tornar), La signora dell'acqua (2011, con prefazione di Sergio Givone), La solitudine del fuoco (2016, con prefazione di Dacia Maraini), Il guscio delle cose (2019, con prefazione di Eugenio Borgna).

Anche nella nuova raccolta Il corpo disabitato (Passigli 2025) le parole sgorgano come da un imbuto l’una dopo l’altra, in un’osmosi panica che sovrappone e confonde limiti, forme, essenze e parvenze. Le parole, mosse da “una pacatezza” e da “una sorta di ira senza tratti fisici, e invece sedata” (come scrive il prefatore Raffaele Manica), si sporgono dall’orlo della materia e si incuneano nel solco della memoria che dilata i confini fino a comprendere i volti dell’amore, in una stasi del pensiero o dell’idea che permane nella luce accecante dell’oltre: “il confine che separa il voluto / dal non concesso – come dire – / il troppo amore diventa una condanna.”

La voce del poeta, sopravvissuta alla figlia Micol e alla moglie Gabriella, è aspirazione alla triade spezzata dall’indecifrabile patto: “Non sapevi che il patto fosse stabilito / il nome lo scopri dopo / così la data che ti annovera tra i presenti. / Già, quel patto non sottoscritto, / il nome che non hai scelto, / la fine che non conosci / di quel patto subisci il frattempo / ignorando l’inizio e il rantolo della fine.”

L’ispirazione di Daniele Cavicchia è custodita nell’interregno della parola, in quel frattempo tra origine e passaggio in cui il dialogo tra due dimensioni si fa inedito. Di fronte al grande enigma che ha due date certe – la nascita e la morte – l’io lirico attraversa i giorni dell’attesa, in quel frattempo che si appella al miracolo del ritorno.

Il viaggio dell’io poetante coincide con il luogo dell’incontro metafisico, e la sua corsa senza destinazione è un tempo sospeso che sparge i semi di una raccolta improbabile ma vitale. La parola accoglie nuove possibilità di riavvicinamento, nuove forme di comunicazione. Se la resurrezione non può essere una ipotesi, diventa lecito chiedersi dove va a finire ciò che sparisce, se l’aver vissuto è un preludio o l’epilogo di un racconto ancestrale. 

Queste poesie – legate dal filo del dialogo ininterrotto con la pienezza che è stata – convivono nel conflitto tra accettazione della perdita e desiderio di ricongiungimento: l’io è lacerato dallo strappo “non voluto” di un passato che ha colto il volto umano del miracolo d’amore e ora vive nella mancanza imprendibile dell’altro: “così stai raccolto davanti a una tomba / e parli con la memoria delle radici.” La tensione si fa tragica – senza risoluzione – nell’inganno della parola o nei sogni sbagliati che non sanno ricucire la magica illusione dell’incontro. Ciò che accade ed è accaduto fuoriesce dal tempo ed elude l’eterno ritorno: non siamo foglie che “appassiscono e tornano verdi” ad ogni stagione, ma ombre e luci nel giardino dell’altrove.

E allora, di fronte alla perdita irrimediabile, il vuoto si fa cupola concava di una preghiera e la parola – non quella mutilata, bruciata, ingiallita – genera l’orizzonte di senso oltre il quale non sono ammesse domande e risposte, al massimo si può assistere a un tacere che sa dettare i suoni di un altro linguaggio. L’indicibilità delle domande, così come l’impenetrabilità dei silenzi, è la soglia immobile dove dolore e amore si annullano nella rivelazione di un istante, senza memoria.

Se è vero che la distanza dimensionale tra i due mondi è incolmabile, è altrettanto vero che l’indefinito si incarna nella speranza di un ritorno che non è un riavvolgere il nastro del tempo, ma altra sembianza nella radice di un giardino ancora non concepito.

Cosa troviamo fuori copertina? Troviamo un flusso poetico che espande la sua eco, laddove stanno accalcati, in file scomposte, i pensieri insieme all’urgenza del respiro d’amore. Il corpo disabitato è la pagina vuota che ha delegato alla scrittura il linguaggio del cuore: lo ha elevato a misura di senso sfidando il limite della carta, lo ha dissolto nel silenzio della stanza del ricordo in cui tutto si muove internamente alle cose.

 

 

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