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Baby gang, l'allarme del sindacato penitenziario: «Il carcere da solo non basta, servono scuola, lavoro e prevenzione»

La F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP. chiede che alle misure repressive venga affiancato un vero piano nazionale di prevenzione del disagio giovanile, basato su istruzione e formazione professionale

Baby gang, l'allarme del sindacato penitenziario: «Il carcere da solo non basta, servono scuola, lavoro e prevenzione»
di Tito Di Persio
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Il dibattito sul DDL "Anti-Maranza", il pacchetto di misure con cui il Governo punta a rafforzare il contrasto alle baby gang e alla microcriminalità giovanile, si arricchisce della posizione della F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP., che invita a non puntare esclusivamente sull'inasprimento delle pene.

Il Segretario Generale Aggiunto Aldo Di Giacomo e il Segretario Nazionale per la Giustizia Minorile Giuseppe Merola lanciano un monito: «La sicurezza non si costruisce solo con gli annunci né con un codice penale sempre più affollato di norme simboliche. Si costruisce investendo nell'educazione, nelle opportunità di lavoro, nei servizi sociali e nella prevenzione del disagio giovanile. Diversamente rischiamo di approvare provvedimenti destinati ad aumentare il numero dei detenuti senza incidere sulle cause della criminalità minorile».

Secondo i due rappresentanti sindacali, il nodo principale riguarda le condizioni in cui versa il sistema penitenziario minorile italiano. Attualmente sono circa 600 i giovani detenuti nei 20 Istituti Penali per i Minorenni (IPM) presenti sul territorio nazionale. Dopo l'introduzione del Decreto Caivano, evidenziano, il numero dei ragazzi ristretti è aumentato di oltre il 50% rispetto al 2022, mentre diversi istituti si trovano già a fare i conti con il sovraffollamento e con una cronica carenza di personale della Polizia Penitenziaria, oltre che di educatori, psicologi e operatori sociali.

«Gli istituti minorili sono già al limite – affermano Di Giacomo e Merola –. Senza un rafforzamento degli organici e senza percorsi rieducativi concreti il rischio è quello di aggravare un sistema già in crisi. Il carcere, da solo, non può fermare il fenomeno delle baby gang».

Il sindacato richiama anche alcuni dati ritenuti particolarmente significativi. Secondo quanto evidenziato, circa il 90% dei minori che entrano in un istituto penale prosegue successivamente verso una carriera criminale, approdando poi negli istituti per adulti. Inoltre, il 70% degli ingressi riguarda detenuti in custodia cautelare, con una permanenza media di poco superiore ai cento giorni. Negli ultimi anni è cresciuta anche la presenza di giovani stranieri, che rappresentano ormai circa la metà della popolazione detenuta negli IPM.

Per questo motivo, la F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP. chiede che alle misure repressive venga affiancato un vero piano nazionale di prevenzione del disagio giovanile, basato su istruzione, formazione professionale, inserimento lavorativo e attività socialmente utili. «I ragazzi – spiegano – devono acquisire competenze, imparare un mestiere e comprendere che il proprio riscatto passa attraverso il lavoro e il rispetto delle regole».

Infine, Di Giacomo e Merola richiamano l'attenzione anche sulle condizioni operative degli agenti della Polizia Penitenziaria. «Le aggressioni al personale, le rivolte e gli episodi di violenza che caratterizzano molte carceri per adulti si stanno riproducendo anche negli istituti minorili. Assistiamo a un crescente fenomeno di emulazione che rende sempre più difficile il lavoro degli operatori. Per questo chiediamo maggiori risorse, un rafforzamento degli organici e un autentico progetto di recupero sociale, capace di coniugare sicurezza, legalità e reinserimento dei giovani che hanno commesso reati».