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La storia

Teramo, parole fragili trovate davanti alla chiesa: i social rispondono con una "rete di affetto"

Un testo lasciato su una panchina davanti alla chiesa del Suffragio: un messaggio intimo, fragile, che sembra cercare ascolto

Parte della lettera
Parte della lettera
di Giancarlo Falconi
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TERAMO. Dalla provincia di Teramo arriva una storia che parla piano, ma colpisce forte. Su una pagina social qualcuno racconta di aver trovato una lettera, lasciata su una panchina davanti alla chiesa del Suffragio. Un messaggio intimo, fragile, che sembra cercare un ascolto. A chi l’ha scritta viene rivolto un invito semplice e diretto: farsi avanti, parlare, non restare soli.

Ci ho pensato a buttarmi, ma so di non voler morire. È difficile continuare a camminare, perché non sento più la voglia di far parte di questo mondo. Ormai parlo poco, perché non voglio essere pesante o perché non voglio far preoccupare nessuno. Forse ho accumulato troppo rumore e nessuno è pronto ad ascoltare. Vorrei dare pace ai miei figli, vorrei solo pace. Ma per ora posso solo guardare il mare”.

Parole che pesano, che raccontano una fatica silenziosa e una solitudine che non sempre si vede. Eppure, sotto quel post, la risposta è stata immediata: like, commenti, messaggi pieni di calore. Una rete spontanea di vicinanza, fatta di persone sconosciute ma presenti, pronte a tendere una mano.

In mezzo a tante ombre, emerge così anche un frammento di luce: la capacità di fermarsi, ascoltare e riconoscere il dolore dell’altro. Perché, anche dietro uno schermo, nessuno dovrebbe sentirsi invisibile. E quel messaggio, lasciato su una panchina, oggi trova finalmente qualcuno disposto ad accoglierlo.