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di Redazione Teramo

Tra atmosfere sospese e un’ironia che richiama le vecchie commedie francesi degli anni ’30, scorrono melodie a metà strada tra la chanson réaliste e il jazz. Sullo sfondo, figure iconiche come Édith Piaf agli esordi, Mistinguett e Tino Rossi. Lavoreremo da Grandi di Antonio Albanese, alla sua sesta regia, racconta la storia di Umberto, un uomo complesso, guidato da una fantasia vivissima che lo convince di essere un grande musicista — anche se non sa davvero comporre e le sue note suonano come campane stonate e contrastanti.
Umberto vive tra due mogli e due figli, mentre la vicenda si intreccia con il continuo entrare e uscire dal carcere di Toni e Giulia, interpretata dall’abruzzese Claudia Stecher (nata a Teramo), che dà vita a una figlia scontrosa, ribelle, sempre pronta a rispondere male — e forse a fare anche peggio. Un talento evidente, figlio della scuola teatrale. Emergono così le tensioni di uno scontro generazionale amplificato da una famiglia doppia e fragile.
Si parla di sbronze, di una sbronza decisiva, di un incidente e di scelte improvvise capaci di cambiare un’esistenza trascinata nell’inutilità. È la storia di quattro amici fuori da un bar? No, è qualcosa di più profondo. Un’alba come simbolo di rinascita nel finale? Nemmeno: è ancora di più. Se la frase ricorrente diventa “poi sistemiamo tutto”, la musica attraversa Sollima fino ad arrivare alle parole di Gli sbandati hanno perso di Marracash e Zef: un gioco continuo di contrasti.
Perché si chiama Lavoreremo da Grandi? È un film racchiuso in uno spazio chiuso — una stanza, una casa, un luogo senza confini reali ma con un immenso paesaggio interiore. Un viaggio viscerale che non impartisce lezioni morali, ma trasforma il rimpianto in una verità accettabile. Non è una sconfitta: è solo una pausa, il tempo sospeso prima della prossima partenza.
Voto: 8/10