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L'intervista

Carmine Di Giandomenico celebra i 60 anni di Lucca Comics con Manaya e annuncia il "Texone" 2027

Da Marvel e DC Comics a Manaya, il nuovo progetto che racconta il rapporto tra padri e figli. Il talento internazionale dell'artista teramano, tra radici abruzzesi, emozioni e il sogno americano

Carmine Di Giandomenico
Carmine Di Giandomenico
di Giancarlo Falconi
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Carmine Di Giandomenico ha conquistato il mondo con il suo tratto ma il talento, da solo, non basta a raccontare chi si nasconde con la maschera di "papà" di tanti supereroi. Disciplina e senso del sacrificio quotidiano. Dietro ogni disegno c’è la sensibilità di un uomo capace di osservare la vita, coglierne le sfumature e animare ciò che le parole non riescono a esprimere. Un artista di fama internazionale che nonostante i successi, conserva il dono più raro: sapersi ancora emozionare.

Dagli esordi nel 1995 alle collaborazioni con Marvel, DC Comics e Sergio Bonelli Editore, Di Giandomenico ha dato vita a personaggi e storie entrati nell’immaginario collettivo. Ha disegnato Spider-Man Noir, Magneto, Daredevil, Flash, Batman, Dylan Dog , PK (Paperinik) e tanti altri in memoria. La sua creatività ha attraversato anche il cinema e la musica, con collaborazioni legate a Gangs of New York e Claudio Baglioni. Autore di opere personali come Oudeis, una rilettura techno-fantasy dell'Odissea di Omero, alla 60ª edizione di Lucca Comics & Games presenterà Manaya, un'opera che appartiene a quella che in molti amano definire la nona arte e oltre.

Un progetto che arriva da lontano. Perché Manaya è così speciale?

«Una idea nata  nel 1995, diventata fuoco negli ultimi otto anni, dopo quindici anni di energie ritagliate tra le maglie di infinite collaborazioni. Manaya è un simbolo importante che nella cultura Māori della Nuova Zelanda, collega cielo, terra e mare attraverso la figura di uno spirito guardiano. Uomo, uccello e pesce».

All'interno della storia ci sono personaggi segnati da profonde assenze. Rangi, una donna Māori, insegue Manaya attraverso una lunga caccia che non è soltanto fisica, ma anche interiore, quasi embrionale. Emergono la ricerca del padre e la figura della figlia. Quanto amore c'è in questa storia?

«Tanto amore. Soprattutto, non è un manuale per genitori. Nasconde piuttosto il desiderio di un padre: vedere una figlia o un figlio, alla fine della lettura di Manaya, alzare gli occhi e guardare i propri genitori in maniera diversa».

Che cosa vivrà il lettore attraverso questo viaggio?

«Rangi, che significa cielo, rappresenta la trasformazione. Manaya vuole parlare ai ragazzi, aprire ai più giovani il mondo dei genitori senza avere la pretesa di insegnare qualcosa. Vuole semplicemente incatenare l'anima nel silenzio, per guarire un cuore giovanile ancora arido, perché privo di esperienza. Una tabula rasa da coltivare. È il silenzio di un padre che accompagna un figlio nella vita senza essere invadente. La capacità di ascolto che oggi manca in maniera esponenziale».

Manaya potrebbe diventare un film?

«Le rispondo con un sorriso».

A chi è dedicato?

 «A mia figlia, Elena».

Lei è un fumettista o fumettaro?

«La letteratura disegnata da un fumettaro, come amava definirsi Hugo Pratt».

Mi faccia fare un po' il giornalista. Nel 2027 uscirà il suo Tex, anzi il suo "Texone", per la Sergio Bonelli Editore. Miti e mitologie che si incontrano. Che cosa dobbiamo aspettarci?

«Se fosse un film, sarebbe Sergio Leone. Per il resto, soltanto lavoro, cura, rispetto per la Storia, attenzione, attesa, tanta responsabilità e assoluto silenzio».

Ci vuole parlare di Race, un fumetto ambientato nella Formula 1?

 "Siamo in fase di arrivo. Diciamo che si vede la bandiera a scacchi".

 Lei è stato definito il "fumettista dei due mondi" per il suo rapporto speciale con l'America. Non soltanto per le collaborazioni con DC Comics e Marvel, ma anche per alcuni omaggi. Opere da coautore come Leone, la storia di un musicista italiano originario della campagna abruzzese che emigra a New York, e Rocky Marciano, il cui padre, Pierino Marchegiano, era originario di Ripa Teatina, in provincia di Chieti. Quanto c'è dell'emigrante che ha inseguito il sogno americano nella sua vita?

«Sono un emigrante di una generazione Beta vissuta da boomer, che non ha dimenticato le letture, le radici sulle tante storie di italiani che, tra la fine dell'Ottocento e il Novecento, hanno affrontato viaggi segnati dalla povertà, dal duro lavoro e dal desiderio di riscatto sociale. Non sono mai stato negli Stati Uniti e continuo a vivere sopra un'edicola nel Teramano ma gli Stati Uniti vivono in un mito per ogni Cristoforo Colombo italiano».

Che cosa vorrebbe dire agli americani?

«Grazie. Perché l'America rimane ancora un Paese che ti concede l'opportunità di provarci. Nonostante tutte le contraddizioni, il sogno americano esiste anche per un fumettaro. Basta saper sognare e non dimenticare da dove siamo arrivati...».